La sera del 20 giugno 2017 la Prima Sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi degli imputati - Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte - condannati all’ergastolo per la strage di piazza della Loggia da una sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Milano del 22 luglio 2015, che giudicava in sede di rinvio dopo l’annullamento della precedente sentenza di assoluzione della Corte d’Assise d’Appello di Brescia. Il dedalo di indagini, processi e sentenze è così giunto a una via d’uscita
A. Vigani: “Un lampo di verità. La sentenza sulla strage di piazza Loggia”
(tratto da "Percorsi della giustizia" edito da Casa della Memoria nell’ottobre del 2008)
La vicenda giudiziaria (lunga ormai 34 anni) relativa alla strage di piazza della Loggia si compone di ben 5 fasi istruttorie e 8 fasi di giudizio, concluse da altrettante sentenze, tutte - con la sola, e parziale, eccezione della prima - sfavorevoli all’accusa: le 3 sentenze (I grado, II grado e Cassazione)riguardanti le posizioni (Ermanno Buzzi e altre 15 persone) oggetto della prima istruttoria; le 2 sentenze (giudizio d’appello in sede di rinvio; Cassazione) relative alle posizioni (già oggetto della prima istruttoria) investite dal parziale annullamento della prima sentenza d’appello da parte della Corte di Cassazione; le 3 sentenze (I grado, II grado e Cassazione) riguardanti alcune delle posizioni (Cesare Ferri; Alessandro Stepanoff; Sergio Latini) oggetto della terza istruttoria.
Si può dire - con un richiamo un po’ scontato all’immagine dei cerchi nell’acqua prodotti dal lancio di un sasso - che le 5 istruttorie hanno, in successione, attinto o cercato di attingere, a mo’ di cerchi concentrici e sempre più ampi, 3 diversi livelli di responsabilità in ordine alla strage di Brescia (e reati connessi), con riflessi anche sul piano dell’inquadramento giuridico del fatto (passato dalla cornice normativa di strage comune, ex art. 422 c.p., a quella di strage politica, ex art. 285 c.p.):
1) le prime due, il livello più basso e, per così dire, ravvicinato, rappresentato dall’indispensabile base logistico-operativa locale (ma già con innesti esterni di un certo rango, non potendosi definire diversamente personaggi come Marco De Amici e Pierluigi Pagliai - quest’ultimo peraltro mai raggiunto [15] dall’accusa di concorso in strage - appartenenti all’epoca al gruppo stragista milanese “La Fenice” capeggiato da Giancarlo Rognoni; Pagliai - è bene ricordarlo - si darà alla latitanza, pur non accusato di strage; troverà rifugio e protezione nel Cile di Pinochet; diventerà uomo di fiducia di Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia Nazionale e morirà il 5.11.1982 in conseguenza delle ferite riportate nel conflitto a fuoco verificatosi all’atto della sua cattura in Bolivia);
2) la terza e la quarta, quello intermedio e di raccordo (la “filiale” milanese facente capo a Rognoni e già da tempo impegnata in operazioni di strage, come quella - sia pure fallita - posta in essere sul treno Torino-Roma il 7.4.1973);
3) la quinta, quello - superiore - della cabina di regia (il gruppo di Ordine Nuovo del Triveneto), in cui il piano terroristico risulterebbe essere stato ideato, programmato e diretto.
Le 5 istruttorie hanno, però, intercettato anche un quarto livello di responsabilità, non concentrico, ma intersecantesi con gli altri e quindi sempre presente, come un comune denominatore: quello dei sistematici, puntuali depistaggi (attuati, in particolare, con il troppo “tempestivo” lavaggio della piazza; con la gestione e la misteriosa scomparsa di Ugo Bonati; con il trasferimento e l’omicidio di Ermanno Buzzi a Novara; con l’utilizzo di un personaggio come Ivano Bongiovanni; con il sabotaggio della rogatoria in Argentina per impedire l’interrogatorio di Gianni Guido; con l’invio della nota SISMI 20.2.1989 e dell’allegata “velina” in data 3.6.1974; con i tentativi di inquinamento della fonte Martino Siciliano).
Un altro elemento accomuna, in una certa misura, la prima e la terza istruttoria: l’avere avuto ciascuna ad oggetto, oltre alla strage (e connessi reati [16] in materia di esplosivi), una “particolare” morte violenta (quella di Silvio Ferrari, legato al gruppo “La Fenice”: notte tra il 18 e il 19.5.1974, in Piazza del Mercato; e quella di Ermanno Buzzi: 13.4.1981, nel supercarcere di Novara).
Schematizzando si può parlare di due filoni d’indagine, erroneamente ritenuti non compatibili all’inizio, ma poi ricondotti ad unità (dal senso stesso - inequivoco - dell’omicidio Buzzi): il primo (incentrato sull’ambiente bresciano) prende l’avvio nel 1974 e giunge al capolinea con la sentenza della Corte di Cassazione in data 25.9.1987; il secondo (proiettato sull’ambiente milanese e poi sui vertici di Ordine Nuovo del Triveneto) ha inizio il 23.3.1984, con il recupero e la riapertura (consentiti dagli elementi di novità acquisiti nei mesi precedenti dalla Procura della Repubblica di Firenze nell’ambito di indagini su attentati alla linea ferroviaria Firenze-Bologna avvenuti negli anni 1974-1983) di quella che era stata - in realtà - la prima “pista” battuta dagli inquirenti nei giorni e nei mesi immediatamente successivi alla strage (ma poi abbandonata e finita sul binario morto di un proscioglimento istruttorio nel maggio del 1977), conosce anch’esso il capolinea di una sentenza di cassazione (quella in data 13.11.1989) e di vari proscioglimenti in istruttoria (sentenza Giudice Istruttore in data 23.5.1993), ma è tuttora, parzialmente, in movimento (il 3 aprile scorso, come è noto, è stata depositata dalla Procura della Repubblica la richiesta di rinvio a giudizio di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte per concorso in strage).
Sul piano degli strumenti d’indagine, le 5 istruttorie possono essere suddivise in due gruppi: le prime due, basate principalmente sulle investigazioni svolte dalla polizia giudiziaria (in particolare i carabinieri del Nucleo Investigativo [17] di Brescia, con a capo l’allora cap. Francesco Delfino), su accertamenti di carattere tecnico-scientifico (perizie di vario genere) e sui contributi provenienti da testimoni o da taluno degli stessi imputati (v. la “confessione” di Angelino Papa); le altre tre, basate invece sulle rivelazioni e i contributi conoscitivi offerti da esponenti della destra eversiva carceraria e non, allontanatisi da tale area con varie e differenti motivazioni, e su intercettazioni telefoniche. V’è da aggiungere che con la terza istruttoria, ampliandosi l’ottica, sorse la necessità operativa di acquisire via via copie degli atti di altre inchieste sul terrorismo e sull’eversione di destra (a partire da quella bresciana sul MAR, Movimento armato rivoluzionario, di Carlo Fumagalli, proc. pen. Nr. 212/74-A Giudice Istruttore), così da disporre di un quadro d’insieme nel quale collocare gli eventi - ormai “storici” - e rintracciarne il senso e le eventuali connessioni.
L’indagine trae origine (una volta arenatasi l’iniziale pista milanese sulle secche della complessiva tenuta dell’alibi dedotto dall’indagato Cesare Ferri) dalla testimonianza resa da Luigi Papa (padre di Angelino e Raffaele) al Giudice Istruttore dottor G.B. Simoni nell’ambito di un’altra istruttoria, relativa al furto di un quadro del Romanino, reato attribuito a Ermanno Buzzi e al suo clan, del quale facevano parte anche i figli del predetto Luigi Papa: questi, ripetendo quanto già aveva denunciato giorni prima ai carabinieri, parla in realtà di ben altro, accusa Ermanno Buzzi di aver commesso atti di libidine sul proprio figlio tredicenne Antonio ed afferma di [18] aver saputo da un altro suo figlio, Domenico, che il Buzzi aveva messo sei bombe in Piazza della Loggia ed era l’autore dell’attentato al locale notturno “Blue Note” di via Milano (in realtà si era trattato solo di una telefonata di segnalazione di un imminente attentato a tale locale, effettuata la “fatidica” notte del 18-19 maggio 1974 ed ammessa poi dallo stesso Buzzi: quella notte, oltre all’esplosione di Piazza del Mercato e a tale telefonata, si era verificato anche uno strano incidente - proprio in via Milano - che aveva visto coinvolta una sola vettura, una Alfa Romeo Giulia, schiantatasi contro un muro: a bordo vi erano tre estremisti di destra non bresciani, uno dei quali morì nell’incidente, e materiale propagandistico).
Inizia, così, a fine gennaio 1975 (trasferitosi quel verbale di esame testimoniale nel fascicolo della formale istruzione sulla strage di Piazza Loggia, in corso dal 14 giugno precedente) l’istruttoria sulla pista bresciana.
La stessa (basata principalmente sulla “confessione” di Angelino Papa, sulla “testimonianza” di Ugo Bonati, sull’alibi “psicologico” legato alla visita di Bonati al giudice Giovanni Arcai al momento della strage; sulla acclarata attribuzione di paternità al Buzzi dei due minacciosi messaggi in data 21 e 27 maggio 1974 a firma, il primo, del “Partito nazionale fascista- Sez. di Brescia-Silvio Ferrari”, e il secondo, di “Ordine Nero-Gruppo Anno Zero-Brixien Gau”, indirizzati ai due quotidiani locali; sulla attribuzione allo stesso Buzzi di una serie di attentati, alcuni dei quali falliti, del luglio-agosto 1974, comprovanti la disponibilità e la dimestichezza con esplosivi da parte del predetto ed imperniata, quanto alle modalità esecutive dell’attentato, sulla tesi della attivazione dell’ordigno a distanza a mezzo di un telecomando) giungerà poi a conclusione il 17.5.1977, data dell’ordinanza-sentenza con la quale il Giudice Istruttore dottor Domenico [19] Vino, accogliendo in toto le richieste formulate dal pubblico ministero dottor Francesco Trovato, proscioglie dall’imputazione di strage Cesare Ferri per non avere commesso il fatto e dispone il rinvio a giudizio di 16 persone dinanzi alla Corte d’Assise di Brescia: Ermanno Buzzi (per la strage; per l’omicidio volontario di Silvio Ferrari e per la detenzione dell’ordigno che l’ha dilaniato; per l’attentato al distributore “Amoco” del luglio ’74; per i falliti attentati del 14.8.1974 alla chiesa di Folzano e del 16.8.1974 alla redazione bresciana del quotidiano “La Notte”; per la telefonata alla Guardia di Finanza e alla Polstrada del 18.5.1974, con cui era stato annunciato un attentato al night club “Blue Note”, integrante gli estremi della contravvenzione di cui all’art. 658 c.p.); Angelino Papa, Raffaele Papa e Cosimo Giordano (per la strage, per la detenzione dell’ordigno di Piazza del Mercato e per la telefonata del 18 maggio); Fernando Ferrari (per la strage; per l’omicidio volontario di Silvio Ferrari e per la detenzione dell’ordigno che l’ha ucciso; per l’attentato del 16.2.1974 contro il supermercato Coop di viale Venezia; per il fallito attentato dei primi di maggio 1974 contro la sede CISL di via Zadei; per l’attentato del 9.5.1974 contro la macelleria Minessi di Via Ducco; per la telefonata riguardante il “Blue Note”); Arturo Gussago e Andrea Arcai (per la strage e per la detenzione dell’esplosivo di Piazza del Mercato); Marco De Amici (per la strage e per la detenzione e il porto dell’esplosivo, delle armi e delle munizioni custoditi nell’appartamento di Parma preso in affitto dagli “studenti” Silvio Ferrari e Pierluigi Pagliai e fatti sparire dopo la morte del Ferrari); Pierluigi Pagliai (per concorso con De Amici nei predetti reati di detenzione e porto di esplosivo e armi); Ugo Bonati, Ombretta Giacomazzi, Roberto Colzato, [20] Sergio Fusari, Benito Zanigni e Maddalena Lodrini (per falsa testimonianza).
Tra gli imputati figura anche Andrea Arcai (minorenne all’epoca dei fatti, politicamente schierato a destra ed amico di Silvio Ferrari), figlio del Giudice Istruttore dottor Giovanni Arcai. Il coinvolgimento del giovane Arcai crea, come è ovvio, lacerazioni e tensioni nell’ambiente giudiziario bresciano e determina, fatalmente, il trasferimento del padre (a quel punto ancora impegnato nella complessa indagine sul MAR di Carlo Fumagalli ad altra sede (la Corte d’Appello di Milano).
Il dibattimento inizia il 30.3.1978 e si conclude, dopo 178 udienze, con la sentenza emessa il 2.7.1979 all’esito di una camera di consiglio durata sei giorni.
L’impianto accusatorio esce fortemente ridimensionato dal vaglio dibattimentale e con la recisione di ogni legame tra il “gruppo Buzzi” e i “politici”, nonché giovani della Brescia-bene, implicati nella vicenda.
Gli unici condannati per strage (sulla base della confessione di Angelino Papa, della “testimonianza” Bonati anche sul cosiddetto “alibi psicologico”, e degli esiti della perizia sui messaggi del 21 e 27 maggio ’74 pervenuti ai due quotidiani locali) sono Ermanno Buzzi e lo stesso Angelino Papa.
Raffaele Papa viene assolto dall’accusa di strage per insufficienza di prove, tutti gli altri con formula piena. [21]
Per la morte di Silvio Ferrari viene riconosciuto colpevole - ma di omicidio colposo e non volontario - il solo Nando Ferrari (assolto invece per insufficienza di prove dagli attentati minori attribuitigli). Buzzi viene inoltre dichiarato colpevole degli altri reati ascrittigli; De Amici e Pagliai vengono condannati per la detenzione e il porto di armi e di esplosivo (quest’ultimo - a differenza di tutta la restante parte del piccolo arsenale di Parma, in possesso degli studenti” Pagliai e Ferrari - mai più ritrovato, ma molto simile, per come ebbe a descriverlo un attendibile testimone oculare, a quello dell’ordigno esploso in Piazza della Loggia).
Per Buzzi la condanna è all’ergastolo per la strage, con l’aggiunta di sei anni di reclusione, 3 milioni di multa e sei mesi di arresto per gli altri reati.
Angelino Papa viene condannato (in virtù delle attenuanti e diminuenti riconosciutegli) a dieci anni e mezzo di reclusione per concorso nella strage.
Ferdinando Ferrari viene condannato a 5 anni di reclusione e 3 milioni di multa, per la detenzione dell’ordigno esplosivo che ha provocato la morte di Silvio Ferrari, e a un anno di reclusione per l’omicidio colposo del medesimo.
Marco De Amici e Pierluigi Pagliai vengono condannati a 5 anni di reclusione e 3 milioni di multa (per le armi e l’esplosivo di Parma).
Gli imputati di falsa testimonianza sono tutti assolti.
A tutto ciò deve aggiungersi il mutamento della veste processuale di Ugo Bonati: non più testimone, ma soggetto da perseguire per concorso in strage e a tal fine viene disposta la trasmissione degli atti al Procuratore della Repubblica. [22]
A seguito della decisione della Corte d’Assise viene avviato un nuovo procedimento a carico di Ugo Bonati, che il Procuratore Capo, dottor Salvatore Maiorana, affida a tre suoi sostituti, il dottor Vincenzo Liguori, il dottor Massimo Vitali e il dottor Pietro Luigi Caiazzo. Viene subito emesso ordine di cattura nei confronti del Bonati, che però già dal 2 luglio aveva pensato bene di sparire dalla circolazione e da allora è letteralmente svanito nel nulla.
L’istruttoria viene formalizzata (passa cioè dall’ufficio del pubblico ministero a quello del Giudice Istruttore) ed assegnata al dottor Michele Besson, che in precedenza si era occupato della strage di Piazzale Arnaldo del 16.12.1976 (un morto, Bianca Gritti Daller, e dieci feriti, fra cui i carabinieri Giovanni Lai e Carmine Delli Bovi; imputati Giuseppe Piccini e Italo Dorini, noti pregiudicati bresciani legati ad ambienti dell’eversione nera).
La rivisitazione della vicenda, effettuata nel corso dell’istruttoria anche con l’audizione di nuovi testimoni, produce il definitivo sgretolamento dell’impianto accusatorio (in particolare in uno dei suoi snodi fondamentali - la riunione del 28 maggio mattina al bar “Ai Miracoli” - risultato del tutto implausibile “nei modi e nei tempi descritti dal Bonati e da Angelino Papa”: così sentenza Besson, pp. 33-34). Esito scontato di tale rivisitazione (che genera “la ineliminabile sensazione che il Bonati abbia narrato avvenimenti di cui non è stato protagonista e neppure testimone”: ancora sentenza Besson, pp. 49-50) è il proscioglimento [23] di Ugo Bonati per non avere commesso il fatto, con sentenza in data 17.12.1980 (emessa su conformi richieste dei tre magistrati del pubblico ministero); una sentenza che lascia chiaramente presagire quella che sarà la sorte del processo d’appello a carico di Ermanno Buzzi, di Angelino Papa e degli altri imputati.
Il giudizio d’appello (iniziato nel novembre 1981) si svolge senza il principale imputato, Ermanno Buzzi, assassinato il 13 aprile 1981 nel supercarcere di Novara.
Nonostante sia ormai nel carcere di Brescia dal 1977 (e dal 2.7.1979 in veste di condannato all’ergastolo) e nel circuito carcerario sia in circolazione da almeno un mese il numero della rivista “Quex” (pubblicazione della destra eversiva carceraria e non) in cui figura, nell’ambito dell’inequivoca rubrica “Ecrasez l’infame”, una sorta di sentenza di condanna a morte di Ermanno Buzzi, siglata curiosamente “E.B.” (Edgardo Bonazzi, condannato per l’uccisione di un militante di Lotta Continua), l’11.4.1981, a pochi mesi dal processo d’appello, il Buzzi viene improvvisamente trasferito a Novara e collocato nel reparto in cui sono ristretti solo estremisti di destra, fra i quali Pierluigi Concutelli, comandante militare del MPON (Movimento politico ordine nuovo), e Mario Tuti, capo del FNR. (Fronte nazionale rivoluzionario). [24]
Per un giorno e mezzo Buzzi evita di mettere piede fuori della sua cella, ma poi - ingannato dall’apparente benevolenza manifestatagli dagli altri detenuti - si lascia convincere a scendere in cortile per l’ora d’aria: è il 13.4.1981 e non appena si presenta in quel cortile, Buzzi viene preso sottobraccio da Tuti e da Concutelli, trascinato di peso in un angolo non visibile dalle guardie e strangolato con delle stringhe da scarpe (in segno di spregio, i due “boia” - che si proclamano esecutori di una sentenza del “Tribunale nazional-rivoluzionario” - gli schiacciano gli occhi).
All’esito del giudizio d’appello, Buzzi diventerà “un cadavere da assolvere” in quanto nulla resterà in piedi dell’originario impianto accusatorio:
con sentenza emessa in data 2.3.1982 tutti gli imputati vengono infatti assolti per non aver commesso il fatto (e così sarebbe stato anche per Buzzi se non fosse morto). Solo Marco De Amici viene condannato a 3 anni, 4 mesi di reclusione e 500 mila lire di multa per l’esplosivo e le armi di Parma.
La sentenza ripercorre, in sostanza, l’iter logico di quella del Giudice Istruttore dottor Besson su Ugo Bonati e stigmatizza, come già aveva fatto quella di primo grado, l’uso o, meglio, l’abuso della carcerazione preventiva nei confronti dei testimoni per piegarli alla conferma delle tesi accusatorie.
La morte di Silvio Ferrari non è più nemmeno un omicidio colposo: viene, derubricata a mero “infortunio sul lavoro”, imputabile ad imperizia e negligenza dello stesso “lavoratore” (nel cui sangue - del resto - era stato riscontrato un tasso alcoolemico dello 0,8 g/l, più che sufficiente a determinare un proprio stato di ebbrezza). [25]
Vengono definitivamente assolti Andrea Arcai, Ugo Bonati, Cosimo Giordano Damiano, Mauro Ferrari, Sergio Fusari, Arturo Gussago.
Avverso la sentenza di secondo grado presenta ricorso per Cassazione il Procuratore Generale di Brescia in riferimento alle posizioni di Angelino e Raffaele Papa, Nando Ferrari, Marco De Amici, Pierluigi Pagliai, Sergio Fusari, Ombretta Giacomazzi e Ugo Bonati. Impugna la sentenza anche De Amici, l’unico condannato.
Con sentenza in data 30.11.1983, la Corte di Cassazione, in accoglimento del ricorso del Procuratore Generale di Brescia, annulla senza rinvio la sentenza della Corte d’Assise d’appello nei confronti di Pierluigi Pagliai (nel frattempo deceduto) per morte del reo e nei confronti di Nando Ferrari, Angelino Papa, Raffaele Papa, Ombretta Giacomazzi, Sergio Fusari e Ugo Bonati, in ordine ai rispettivi addebiti di danneggiamento, procurato allarme presso l’Autorità e falsa testimonianza, in quanto estinti per intervenuta amnistia e annulla la predetta sentenza, per difetto di motivazione (sotto il profilo del travisamento dei fatti e dell’intrinseca contraddittorietà), con rinvio degli atti alla Corte d’Assise d’appello di Venezia, nei confronti di Nando Ferrari, Angelino e Raffaele Papa e Marco De Amici per il reato di strage. La Suprema Corte respinge, invece, il ricorso del De Amici, che vede confermata definitivamente la condanna (e la pena) per detenzione e porto di armi e di esplosivo. [26]
Il nuovo giudizio d’appello a Venezia (nel corso del quale viene avvertita anche la necessità di prendere visione diretta dei luoghi che erano stati teatro dei fatti e viene perciò effettuata una trasferta a Brescia) si conclude in data 19.4.1985 con una sentenza che - pur assolutoria per insufficienza di prove quanto ad Angelino Papa, Nando Ferrari e Marco De Amici, e con formula piena, quanto a Raffaele Papa - si contrappone nettamente a quella della Corte d’Assise d’appello bresciana (ed a quella del Giudice Istruttore Besson che l’aveva preceduta) e riabilita in larga misura l’originaria impostazione accusatoria, considerata tendenzialmente affidabile, anche nel fondamentale snodo della riunione al bar “Ai Miracoli”.
Anche contro la seconda sentenza d’appello vengono proposti ricorsi per Cassazione, ma questa volta (è il 25.9.1987) la Suprema Corte non ravvisa vizi di alcun genere nell’impugnata decisione e la stessa passa, quindi, in giudicato.
V’è da aggiungere - a margine - che, all’esito della vicenda, i ruoli si invertono: gli accusati diventano accusatori e viceversa. Prende avvio a Milano un procedimento per calunnia a carico del Giudice Istruttore, Domenico Vino, del pubblico ministero, Francesco Trovato, di Angelino Papa, [27] Ugo Bonati e altri, ma il Tribunale di Milano, con sentenza in data 2.7.1990, assolverà tutti gli imputati con formula piena “perché il fatto non sussiste” (riabilitando gli inquirenti ed il loro operato).
A seguito di una serie di rivelazioni di esponenti della destra carceraria (Angelo Izzo, Sergio Calore, Sergio Latini), che avevano imboccato la strada della collaborazione con l’autorità giudiziaria (nella specie, il dottor Pierluigi Vigna della Procura della Repubblica di Firenze, da tempo impegnato in un’indagine su attentati ferroviari verificatisi lungo la linea Bologna-Firenze negli anni 1974-1983), il 23 marzo 1984, su richiesta del pubblico ministero dottor Michele Besson (lo stesso magistrato che, in veste di Giudice Istruttore, aveva prosciolto Ugo Bonati) viene riaperta dall’Ufficio Istruzione del Tribunale di Brescia (inizialmente l’incarico è affidato ad un pool di tre magistrati, ma sarà poi svolto e portato a compimento dal dottor Gianpaolo Zorzi) la formale istruzione per concorso in strage nei confronti di quel Cesare Ferri che, già indagato nel 1974 nel periodo immediatamente successivo all’eccidio del 28 maggio, era poi stato prosciolto il 17.5.1977 dal Giudice Istruttore Domenico Vino. Il nome ed il volto del Ferri erano comparsi sul quotidiano “Bresciaoggi” già in data 1.6.1974, quattro giorni dopo la strage, a seguito del fermo operato nei suoi confronti dai carabinieri dopo il conflitto a fuoco di Pian del Rascino avvenuto il 31 maggio ed il conseguente ritrovamento indosso a Giancarlo Esposti, morto in quella sparatoria, di una fotografia formato tessera del Ferri medesimo. [28]
Nello sfogliare quel quotidiano, Don Marco Gasparotti, l’anziano parroco di Santa Maria Calchera, chiesa sita in Brescia a poche centinaia di metri da Piazza della Loggia, è colto da una vera e propria folgorazione: riconosce con certezza nella fotografia che ritrae Cesare Ferri al momento del fermo operato il giorno prima le fattezze di un giovane da lui notato nella sua chiesa e col quale aveva anche scambiato qualche parola il mattino del 28 maggio, mentre egli, attorno alle ore 8,30, camminava lungo la navata centrale leggendo il breviario in attesa della celebrazione della messa delle ore 9.00. Consapevole ed anzi letteralmente schiacciato dal peso di quella sua “privata” ricognizione fotografica - anche perché gli è pure tornato in mente il particolare di una borsina di plastica che quel giovane aveva con sé - il sacerdote non trova il coraggio di precipitarsi subito dai carabinieri o in Tribunale per rivelare il suo segreto e v’è da dire che, se l’avesse fatto, si sarebbe potuto immediatamente procedere ad una formale ricognizione di persona e ad un confronto con il Ferri, in quei giorni detenuto a Canton Mombello in stato di fermo. Da quel momento inizia per Don Marco un autentico travaglio interiore che troverà soluzione e sbocco solo il 25 giugno quando, ormai Ferri è tornato in libertà da una ventina di giorni in carenza di elementi a suo carico.
Don Marco confidatosi con il maresciallo Toaldo, suo conoscente, e poi con il capitano Delfino, viene fatto comparire non dinanzi al Giudice Istruttore dell’istruttoria sulla strage, già formalizzata da una decina di giorni, ma a quello che si occupa del MAR di Fumagalli, il dottor Arcai. Il giudice Arcai dispone una nuova perquisizione domiciliare a carico del Ferri; in data 26.6.1974, alla presenza dello stesso Ferri, ma non dà alcun risultato apprezzabile; da quel momento però, [29] Cesare Ferri sparisce dalla circolazione e ricomparirà - dopo peregrinazioni varie all’estero e in Italia - solo ai primi di settembre.
Nella primavera del 1984 viene spiccato mandato di cattura nei confronti del Ferri per concorso in strage, vengono al contempo emesse comunicazioni giudiziarie (come allora si chiamavano) per il medesimo addebito nei confronti degli altri soggetti - Giancarlo Rognoni (leader del gruppo ordinovista milanese “La Fenice”, con filiale a Brescia denominata “Riscossa”, facente capo a Marcello Mainardi) e Marco Ballan (leader di Avanguardia Nazionale a Milano) - coinvolti nella vicenda dai menzionati collaboratori di giustizia.
In parallelo, e sempre sulla base dei contributi conoscitivi forniti da costoro, si apre a Novara un nuovo fronte d’indagine per l’omicidio di Ermanno Buzzi (delitto per il quale già si era celebrato - dinanzi alla Corte d’Assise di quella città - un processo a carico dei due esecutori materiali, condannati all’ergastolo, e dei loro coimputati, invece assolti - Nico Azzi, Giorgio Invernizzi, Edgardo Bonazzi - presenti all’esecuzione della condanna a morte e ben attenti a non creare intralci al corso della giustizia “nazionalrivoluzionaria”):
viene emesso dalla Procura della Repubblica nei confronti di Cesare Ferri e di Sergio Latini (membro della redazione di “Quex”) ordine di cattura per concorso (morale) in detto omicidio, con ruolo, l’uno, di mandante, e l’altro, di latore in carcere a Concutelli del mandato ad uccidere (il tutto viene ad inquadrarsi nel contesto del matrimonio del Latini celebrato nel maggio del 1980 a Sorrisole, in provincia di Bergamo; Latini all’epoca è detenuto a Trani ed è in cella con Pierluigi Concutelli; per potersi sposare, egli ottiene, grazie alla buona condotta, un permesso di alcuni giorni; dirama gli inviti e uno di questi è destinato al camerata Cesare [30] Ferri, conosciuto in carcere anni prima; a prelevarlo a Trani e a ricondurlo in carcere dopo il matrimonio provvede tale Carlo Terracciano, estremista di destra di Firenze, legato a Marco Tarchi e al gruppo della rivista “La voce della fogna”; Ferri, unitamente alla moglie Marilisa Macchi, partecipa alla cerimonia ed al banchetto nuziale; sarà appunto nel corso di quest’ultimo che il Ferri, avvicinatosi allo sposo, gli esternerà - secondo le nuove fonti di prova - le sue preoccupazioni sia per l’esito del processo Ordine Nero a Bologna, sia per il rischio d’essere nuovamente inquisito per la strage di Brescia, avendogli lo stesso Latini confermato le voci correnti in carcere circa la reale intenzione di Ermanno Buzzi di fare rovinose rivelazioni nel corso del processo d’appello; gli manifesterà al contempo il suo stupore per il fatto che, a fronte di ciò, nessuno avesse pensato di chiudere per sempre la bocca a Buzzi; rientrato in carcere, Latini riferisce il tutto a Concutelli e questi, meno di un anno dopo, alla prima occasione utile, provvederà, con l’aiuto di Mario Tuti, a tappare per sempre quella bocca con delle stringhe). Il 28.9.1984 il pubblico ministero di Novara dispone la trasmissione degli atti a Brescia per competenza, determinata da evidente connessione soggettiva e probatoria e, a quel punto, le due indagini vengono unificate.
La riapertura della pista Ferri comporta - di necessità - la faticosa, capillare rivisitazione (a dieci anni di distanza) dell’alibi dedotto (già nell’interrogatorio reso il 3.6.1974, in stato di fermo di polizia giudiziaria e poi dalla “latitanza”) dal predetto: rivisitazione che, oltre a scontate amnesie, registra singolari fenomeni di moltiplicazione e sovrapposizione di testimoni sulle medesime circostanze (come nel caso dell’incontro con il prof. Paolini, cui, nella prima istruttoria, risultava avere assistito una teste [31] e nella nuova indagine a questa se ne viene a sovrapporre - in termini di reciproca esclusione - un’altra) e determina, ad un certo punto, per l’incompatibilità con la testimonianza Gasparotti (ribadita con fermezza dopo tanti anni), l’incriminazione (con l’adozione di misura restrittiva della libertà personale) di Alessandro Stepanoff (l’amico, studente-lavoratore, che da sempre con la sua testimonianza in favore del Ferri aveva riempito il “vuoto” della prima parte della mattinata, fino alla comparsa di entrambi all’Università Cattolica di Milano, dopo le ore 10) prima per falsa testimonianza e poi per concorso in strage (essendosi trattato di un “alibi” costruito e concordato tra i due prima del fatto e non dopo). L’indagine si è andata poi arricchendo, via via, dei contributi di altri collaboratori di giustizia o di soggetti comunque critici verso il proprio passato e disponibili a rendere note - in tutto o in parte - le proprie personali conoscenze (Alessandro Danieletti; Giuseppe Fisanotti; Andrea Brogi; Valerio Viccei; Vincenzo Vinciguerra) e, in virtù di tali apporti, ha visto aggregarsi alle originarie posizioni processuali quelle di: Fabrizio Zani (raggiunto anch’egli da mandato di cattura per concorso in strage), Marilisa Macchi (la ex moglie di Ferri, anch’ella presente a Brescia il giorno della strage, secondo le convergenti dichiarazioni di Fisanotti e Danieletti) e Luciano Benardelli (raggiunti da comunicazione giudiziaria per concorso in strage); ancora Benardelli e Guido Ciccone (cui è stato contestato il concorso nella detenzione, porto e cessione a Giancarlo Esposti di un quantitativo di circa 50 kg. di esplosivo tipo “ANFO”, in epoca compresa tra l’11 ed il 30 maggio 1974).
Nel corso della nuova istruttoria - ma lo si scoprirà solo successivamente - si verificano due inequivocabili tentativi di sabotaggio, uno riuscito e [32] l’altro fallito: il primo è consistito nell’impedire (con l’occulto marchingegno di una falsa richiesta di spostamento dell’udienza già fissata e di un procurato ricovero in ospedale dal carcere di Buenos Aires, con susseguente agevole scomparsa nel nulla) il programmato incontro in Argentina dei magistrati bresciani con Gianni Guido (depositario, secondo Angelo Izzo, di confidenze di Ermanno Buzzi circa la effettiva responsabilità propria e di altri, tra i quali Ferri, De Amici, Rognoni e Ballan, nella strage di Brescia); il secondo consistito nell’utilizzo - a mo’ di siluro sparato contro la credibilità dei “pentiti” - di tale Ivano Bongiovanni (infiltrato all’uopo tra i “pentiti” del carcere di Paliano).
Agli inizi del 1986, l’incombente scadenza del termine di custodia cautelare di Ferri (già prorogato dal Tribunale su richiesta del Giudice Istruttore) impone di scindere le posizioni processuali. Si giunge così, in data 23.3.1986, al rinvio a giudizio di Cesare Ferri e di Alessandro Stepanoff per concorso in strage, nonché dello stesso Ferri e di Sergio Latini per concorso (morale) nell’omicidio di Ermanno Buzzi. Le altre posizioni (non ancora compiutamente istruite) vengono stralciate e confluiscono in nuovo fascicolo processuale che assume il Nr. 181/86-A Giudice Istruttore.
La Corte d’Assise di Brescia ripercorre pazientemente e con grande scrupolo tutto l’iter dell’indagine (con l’aggiunta, in particolare, [33] dell’interrogatorio di Stefano Delle Chiaie, estradato in Italia dal Sud America proprio nel corso del dibattimento e di una perizia “automobilistica” tesa a verificare, in concreto e per quanto possibile nelle mutate condizioni di viabilità, la compatibilità tra la presenza di Ferri a Brescia, fra le 8,30 e le 9.00 e, la sua comparsa alla Cattolica di Milano all’incirca in coincidenza con lo scoppio della bomba, verificatosi, come è noto, alle ore 10,12: verifica risultata positiva), ma all’esito, pur non disconoscendo la complessiva persuasività dell’acquisito quadro probatorio, non ritiene raggiunto il traguardo della certezza in ordine alle responsabilità dei tre imputati (“certamente la massa di indizi è diventata impressionante ed imponente ... ma qualcosa è mancato”: scrivono i giudici a pp. 425-426 della motivazione della loro decisione) e, con sentenza in data 23.5.1987, li assolve per insufficienza di prove.
Il giudizio d’appello (nel corso del quale viene recapitata una nota del direttore del SISMI, amm. Fulvio Martini, in data 20.2.1989, con allegato un documento datato 3.6.1974, tendente ad accreditare una verità o, almeno, un’ipotesi alternativa in ordine alla matrice della strage) ha un esito ancor più sconfortante per l’accusa: con sentenza in data 10.3.1989 gli imputati vengono assolti con formula piena “per non avere commesso il fatto”. [34]
La Corte liquida la “pratica” strage di Brescia (esaminata insieme ad altre, nella stessa udienza, come se si trattasse di un incidente stradale) con una pronuncia - in data 13.11.1989 - di inammissibilità del ricorso del Procuratore Generale di Brescia per manifesta infondatezza, formulando nei confronti dell’impugnata sentenza di assoluzione piena una valutazione di perfetta “aderenza alle risultanze processuali e a tutti gli elementi emersi” (peraltro non noti nella loro totalità al Supremo Consesso, visto che ben 52 faldoni di atti non si sono mossi da Brescia).
V’è da aggiungere che, proprio grazie al fatto che questa sentenza (che ha posto fine al procedimento a carico di Ferri, Stepanoff e Latini, attribuendo il carattere del giudicato intangibile alle loro assoluzioni) sia stata pronunciata non entro il 24.10.1989 (data “storica” di entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale), ma dopo, sia pure di poco, Ferri e Stepanoff hanno poi potuto sfruttare (in base a una norma del regime transitorio:
l’art. 245 Decreto Legislativo 28.7.1989 n. 271) un istituto del nuovo codice di rito (la riparazione dell’ingiusta detenzione), ottenendo l’uno un indennizzo di 100 milioni di lire (il massimo all’epoca consentito) con ordinanza della Corte d’Appello di Brescia Nr. 2/90 Mod. 2 in data 21-26/11/1990, l’altro un indennizzo di 60 milioni di lire con ordinanza della Corte d’Appello Nr. 4/90 Mod. 2 in pari data.
Dopo il rinvio a giudizio di Ferri, Stepanoff e Latini, l’istruttoria prosegue nei confronti degli altri imputati e punta a sviluppare anche gli ulteriori filoni d’indagine già avviati (il “siluro Bongiovanni Ivano”; il sabotaggio della rogatoria in Argentina; il tema della “confessione scritta” degli autori della strage introdotto autorevolmente da Vincenzo Vinciguerra fin dal maggio 1985 e poi ripreso, in termini più espliciti, dallo stesso Vinciguerra nel suo libro Ergastolo per la libertà pubblicato nell’ottobre 1989; la mancata strage all’Arena di Verona; l’appunto SID datato 6.7.1974, redatto sulla base delle informazioni fornite dalla fonte “Tritone”; il singolare parallelismo tra l’appunto 29.5.1974 del Centro C.S. (Contro Spionaggio) di Milano e i contenuti del colloquio riservato avvenuto a Lanciano il 16.6.1974 tra Luciano Benardelli ed il cap. Giancarlo D’Ovidio) e quelli nuovi, spuntati in corso d’opera (la pista mantovana, scaturita dalle dichiarazioni rese da tale Aldo Del Re al Giudice Istruttore di Roma che si occupa della strage di Ustica; l’ipotesi di un’implicazione degli Ustascia; la rete denominata “Gladio”). Le indagini fanno affiorare sempre più nitidamente quello che verrà, poi, definito l’inconfondibile “marchio di fabbrica” della strage e finiscono per rafforzare ulteriormente la convinzione che (come scriverà il compianto Valerio Marchi nel suo volume La morte in piazza, p. 151) “attorno alla strage di Brescia si siano mossi interessi forti da parte di tutte le componenti di quello che Gianni Flamini definisce sinteticamente il “partito del golpe”; convinzione che trasforma l’atto conclusivo del procedimento (pur favorevole agli imputati) in un vera e propria requisitoria contro le complicità istituzionali che hanno ostacolato, con ogni mezzo e in ogni tempo, [36] l’accertamento della verità, assicurando coperture e protezione ad esecutori e mandanti dell’eccidio
L’atto finale è la sentenza in data 23.5.1993, con la quale il Giudice Istruttore Zorzi, ritenuto all’esito del riesame del voluminoso incarto processuale che “il quadro degli elementi raccolti - pur apprezzabili singolarmente e, soprattutto, nel loro insieme - non riesc(a) ad attingere un grado di sufficienza probatoria tale da legittimare la previsione di una positiva verifica dibattimentale delle ipotesi accusatorie”, proscioglie dall’accusa di strage per non aver commesso il fatto (come richiesto dallo stesso pubblico ministero dottor Francesco Piantoni, subentrato al dottor Besson da tempo trasferito ad altro ufficio) Fabrizio Zani, Giancarlo Rognoni, Marco Ballan, Marilisa Macchi e Luciano Benardelli; e, facendo uso dei nuovi “criteri per l’emissione delle sentenze di proscioglimento” introdotti da altra norma del regime transitorio (l’art. 257), ritiene invece adeguatamente provato l’addebito di detenzione, porto e cessione di 50 kg. di “ANFO” a carico del Benardelli e di Guido Ciccone e, concesse a entrambi le attenuanti generiche (per “l’ormai remota collocazione temporale del fatto”), con giudizio di equivalenza rispetto alle contestate aggravanti, li proscioglie da tale addebito per intervenuta prescrizione.
Rimangono, però, non compiutamente sviluppati due filoni d’indagine (relativi alla mancata rogatoria in Argentina e alla testimonianza resa da Maurizio Tramonte l’8.3.1993) e, in ordine ad essi, il Giudice Istruttore (sempre su conforme richiesta del pubblico ministero) dispone lo stralcio [37] degli atti e passa il “testimone” alla Procura della Repubblica, per l’ulteriore corso di legge non più in base alle norme del vecchio codice di procedura (prorogato oltre il 24.10.1989 per delitti come la strage), ma secondo quelle del nuovo codice di rito.
Sempre nel 1993, prende dunque avvio, con le nuove regole, la quinta istruttoria (anzi “indagine preliminare”, secondo il nuovo vocabolario).
Dopo un’ iniziale “impasse” (determinata dalla necessità di compiere ogni opportuna verifica in ordine alle dichiarazioni rese da tale Donatella Di Rosa, incentrate sulla “resurrezione” del noto estremista di destra Gianni Nardi, in realtà deceduto a Palma di Maiorca nel 1976), l’indagine acquisisce, via via, i rilevanti contributi probatori forniti dai "pentiti” Carlo Digilio (deceduto il 12 dicembre 2005), Martino Siciliano e Maurizio Tramonte (quest’ultimo sbloccatosi dall’iniziale reticenza) ed imbocca decisamente la strada che porta ad individuare nei vertici di Ordine Nuovo del Triveneto la “cabina di regia” dell’operazione “Strage di Brescia” (con braccio esecutivo da identificarsi in Giovanni Melioli, ordinovista di Rovigo, successivamente deceduto).
Vengono chieste ed ottenute (dal Tribunale del Riesame, a seguito di impugnazione avverso la decisione di rigetto assunta dal giudice indagini preliminari) ordinanze di custodia cautelare nei confronti di Delfo Zorzi e Maurizio Tramonte (confermate anche dalla Corte di Cassazione); per [38] Carlo Maria Maggi viene formulata analoga richiesta, che però non viene accolta, non perché manchino i gravi indizi di colpevolezza, ma perché nei riguardi di costui risultano carenti le esigenze cautelari (data l’età e le condizioni di salute).
Il 3 aprile 2007 la Procura della Repubblica presenta richiesta di rinvio a giudizio dei tre predetti indagati per concorso in strage (e omicidio volontario plurimo); nonché di Gaetano Pecorella, Fausto Maniaci e Martino Siciliano per favoreggiamento (di Delfo Zorzi).
Il 3 ottobre 2007 la Procura della Repubblica notifica la richiesta di rinvio a giudizio a Francesco Delfino, Pino Rauti e Gianni Maifredi (3).
Il giudice per l’Udienza Preliminare, dott. Lorenzo Benini, fissa per il giorno 13 novembre 2007 in Brescia, presso l’Aula Polivalente di Collebeato, l’Udienza Preliminare e come primo atto, riunifica in un unico procedimento i due tronconi dell’inchiesta.
Il 14 febbraio è accolta l’eccezione di incompetenza territoriale e vengono trasferiti alla procura milanese gli atti relativi ai quattro indagati accusati di favoreggiamento e di riciclaggio; dall’eventuale processo bresciano escono dunque Gaetano Pecorella, Fausto Maniaci e Martino Siciliano accusati di favoreggiamento nei confronti di Delfo Zorzi. A Milano anche gli atti relativi alla posizione di Vittorio Poggi accusato di riciclaggio. Nel [39] procedimento bresciano restano comunque le intercettazioni relative a questo filone.
Il 15 maggio 2008 a conclusione dell’Udienza Preliminare il Gup emette decreto che dispone il giudizio di Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Pino Rauti, Francesco Delfino e Giovanni Maifredi accusati di concorso nella strage (4).
Il 25 novembre 2008 è fissato il pubblico dibattimento presso la Corte d’Assise – sezione seconda penale in Brescia, via Moretto 78. Per il dibattimento è stata accolta la costituzione di parte civile dei familiari delle vittime, di alcuni feriti, del Comune di Brescia (5), della Presidenza del Consiglio dei Ministri (6) , dei sindacati confederali CGIL, CISL, UIL.
Il collegio di parte civile risulta composto dagli avvocati Abrandini Luigi, Barbieri Alessandra, Bontempi Michele, Cadeo Fausto, De Zan Paolo, Frigo Giuseppe, Garbarino Pietro, Guarneri Silvia, Magoni Alessandro, Menini Francesco, Nardin Renzo, Ricci Andrea, Salvi Giovanni, Vigani Andrea, Vittorini Pier Giorgio, tutti del Foro di Brescia; Biscotti Valter del Foro di Perugia; Sinicato Federico del Foro di Milano; Riccardo Montagnoli dell’avvocatura Distrettuale dello Stato (7). [40]
Il processo di primo grado – il terzo dibattimento sulla strage di Piazza della Loggia - si apre il 25 novembre 2008 davanti alla Corte d'Assise di Brescia, presieduta dal dottor Enrico Fischetti, giudice a latere il dottor Antonio Minervini.
Il processo si sviluppa nel corso di due anni di udienze - circa due alla settimana - che durano tutta la giornata, per circa 150 udienze e in cui, tra escussioni testimoniali e acquisizioni processuali, vengono raccolte le dichiarazioni di centinaia di testimoni.
Se si considerano le centinaia di migliaia di pagine di documenti acquisiti, si tratta certamente del più imponente processo sul terrorismo che si sia mai celebrato nella storia italiana.
L'ipotesi dell'accusa è che autori della strage siano vertici e militanti dell'organizzazione terroristica di estrema destra Ordine Nuovo, in particolare Carlo Maria Maggi (capo dell'organizzazione Veneta), Delfo Zorzi (membro di rilievo di O.N.), Maurizio Tramonte (anch'egli membro dell'organizzazione, ma contemporaneamente fonte dei Servizi Segreti italiani, in particolare del Centro di Controspionaggio di Padova), Pino Rauti (quale responsabile politico a Roma dell'organizzazione terroristica), il generale Francesco Delfino (capitano del Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Brescia al tempo delle indagini, accusato di avere concorso con gli imputati depistando le indagini e nascondendo le loro responsabilità), e Giovanni Maifredi (personaggio legato a Francesco Delfino come suo informatore, e accusato dalla ex-compagna di essere coinvolto nella strage).
Nel corso del processo l'imputato Maifredi muore, mentre il dibattimento prosegue nei confronti degli altri imputati. Il processo di primo grado si chiude il 16 novembre 2010, quando la Corte d'Assise pronuncia sentenza di assoluzione per tutti gli imputati “ai sensi dell'art.530 comma II c.p.p.”, con cui si richiama la vecchia formula dell'“insufficienza di prove”.
Contro la sentenza di assoluzione presentano appello i pubblici ministeri e le parti civili.
Il processo d'appello si apre il 14 febbraio 2012 davanti alla Corte d'Assise d'Appello di Brescia, presieduta dal dottor Enzo Platè, giudice a latere il dottor Massimo Vacchiano.
Il dibattimento in appello viene riaperto, e vengono nuovamente sentiti – in seguito a una richiesta avanzata dai Pubblici ministeri e dalleparti civili - i periti Romano Schiavi e Alberto Brandone, autori della perizia esplosivistica effettuata nell'immediatezza dei fatti, nella prima indagine del 1974. La nuova audizione davanti alla Corte ha la finalità di chiarire, una volta per tutte, il tipo di esplosivo deflagrato in piazza. Nel corso del processo di primo grado, infatti, un nuovo collegio peritale aveva rassegnato conclusioni contraddittorie rispetto alla prima istruttoria in ordine al tipo di esplosivo.
Esaurito l'esame dei periti il processo si è sviluppato con la discussione delle parti.
La sentenza viene pronunciata il 14/4/2012 ed è una conferma delle assoluzioni pronunciate in primo grado.
Ma il deposito delle motivazioni rappresenta un enorme passo avanti nella storia processuale di Piazza della Loggia. Infatti i giudici d'appello riconoscono, finalmente, la correttezza della ricostruzione dell'accusa, pubblica e privata, individuando nel gruppo di Ordine Nuovo del Triveneto il gruppo terroristico responsabile – politicamente e materialmente – della strage. Si riconosce così il ruolo di Carlo Digilio – l'armiere del gruppo e principale testimone nel processo – si afferma la provenienza dell'esplosivo, appartenente a Maggi e a Digilio, e il suo utilizzo nella creazione dell'ordigno che deflagrerà in piazza, da parte della cellula veneta.
In pratica si individua la responsabilità del gruppo terroristico, se ne ricostruisce la struttura, gli si attribuisce l'esplosivo usato il 28 maggio 1974, ma si ritengono insufficienti gli elementi di prova per affermare la responsabilità personale dei singoli imputati.
Contro la sentenza d'appello ricorrono ancora una volta la Procura Generale e le parti civili, che presentano ricorso per Cassazione. Le parti civili ricorrono solo nei confronti di Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte e un'unica parte ricorre anche nei confronti di Francesco Delfino.
Il processo davanti alla Corte di Cassazione – V Sezione, si svolge in due udienze che si tengono il 20 e il 21 febbraio. Al termine di due giorni di discussione, dopo poche ore di camera di consiglio, la Corte di Cassazione ha annullato la sentenza d'appello nella parte in cui assolveva Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, rinviando gli atti alla Corte d'Assise d'Appello per un nuovo processo nei confronti dei due imputati.
La Corte di Cassazione ha invece confermato la sentenza di assoluzione nei confronti di Delfo Zorzi e di Francesco Delfino, che escono così definitivamente dal processo per la strage di Piazza della Loggia.
La sentenza emessa il 22 luglio 2015 dai giudici della Corte di Assise di Appello di Milano assume un carattere storico per la condanna all’ergastolo per la strage, di due imputati: Carlo Maria Maggi, responsabile di Ordine Nuovo, e Maurizio Tramonte, collaboratore dei servizi segreti.
All’atto della stampa di questo volume si può aggiornare la cronaca del processo con la deposizione delle motivazioni.
Il 10 agosto 2016 infatti la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale ha condannato Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte alla pena dell’ergastolo per la strage di Piazza della Loggia.
La Corte d’Assise giudicava in sede di rinvio, dopo che la Corte di Cassazione, nel febbraio 2014, aveva annullato la sentenza d’appello della Corte d’Assise di Brescia nella parte in cui assolveva Carlo Maria Maggi – leader di Ordine Nuovo del Triveneto – e Maurizio Tramonte – ordinovista padovano e collaboratore dei servizi segreti – dai reati a loro contestati, rinviando gli atti a Milano per un nuovo processo nei loro confronti.
La Corte ha confermato la ricostruzione dei fatti già operata dalla Corte d’Assise d’Appello di Brescia, con l’individuazione nel gruppo di Ordine Nuovo del Triveneto del gruppo terroristico responsabile – politicamente e materialmente – della strage e riconoscendo le responsabilità per l’ideazione e l’attuazione della strage in capo al suo leader, Carlo Maria Maggi.
Si è riconosciuto il ruolo di Carlo Digilio – armiere del gruppo e uno dei principali testimoni nel processo per la strage di Piazza della Loggia – e si è confermata la provenienza dell’esplosivo dalla cellula veneta di Ordine Nuovo e il suo utilizzo nella creazione dell’ordigno che sarebbe deflagrato in piazza.
Ma le motivazioni del giudice milanese rappresentano senza dubbio uno snodo fondamentale nel travagliato cammino verso l’accertamento della verità processuale sulla strage, non solo nella ricostruzione dei fatti e nell’individuazione dei responsabili, ma anche del contesto criminale e politico in cui l’eccidio del 28 maggio 1974 venne ideato e attuato: in oltre cinquecento pagine di motivazione, i giudici di Milano hanno analizzato con estrema accuratezza gli intrecci di cui si è ritenuta provata l’esistenza tra terrorismo neofascista e alcuni settori delle forze dell’ordine e dei servizi, sottolineando il ruolo attivo di fiancheggiamento e depistaggio svolto dal Centro di controspionaggio di Padova e dai vertici del Reparto D del Sid a Roma.
Contro la sentenza di condanna gli imputati hanno presentato ricorso per Cassazione.
La Cassazione ha esaminato i ricorsi nell’udienza del 20 giugno 2017 confermando l’ergastolo per i due imputati Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte.
Parte della documentazione è reperibile anche sul sito: www.fontitaliarepubblicana.it
Il 26 settembre 2023 la Cassazione ha giudicato inammissibile il ricorso presentato da Maurizio Tramonte (condannato all’ergastolo) che chiedeva la revisione del processo e aveva impugnato il rigetto della Corte d’appello di Brescia sulle presunte nuove prove dell’ex informatore dei servizi segreti, ovvero foto che avrebbero comprovato che la “fonte Tritone” non sarebbe stata in piazza il giorno della strage.
Maurizio Tramonte, un ex militante di estrema destra veneta ha svolto un ruolo chiave nel processo di piazza Loggia a Brescia. Nel 2017 è stato condannato all’ergastolo come esecutore materiale della strage avvenuta il 28 maggio 1974, che ha causato otto morti e 102 feriti.
La sua collaborazione con i servizi segreti italiani, nota come “Fonte Tritone”, è emersa nella seconda metà degli anni Novanta durante le indagini sull’identità di un infiltrato misterioso nell’estrema destra veneta.
Tramonte ha iniziato una collaborazione con il capitano del Ros, Massimo Giraudo, che indagava sulle stragi fasciste, rivelando dettagli sull’attentato al fine di proteggersi dalle indagini e dal processo. Aveva affermato di aver già rivelato tutto in precedenza al suo manovratore di nome Alberto. Ma questo Alberto non esisteva e così i carabinieri hanno capito che Tramonte mentiva. Nel 2002, dopo essere stato smascherato e privato del suo alibi, la fonte Tritone aveva ritrattato tutto, ma le sue informazioni e le confessioni fatte in tribunale, compresse quelle nel processo per la strage di piazza Fontana, furono considerate credibili. Insieme alle testimonianze di due compagni di cella che hanno raccolto la sua confessione sull’implicazione nell’attentato di piazza Loggia, le informazioni hanno contribuito alla sua condanna all’ergastolo, che ora sta cercando di far annullare. Durante la strage di piazza Loggia, Tramonte era un ventenne attivo nel movimento neofascista Ordine Nuovo, fondato nel 1969 da ex membri del Centro Studi Ordine Nuovo di Clemente Graziani, che avevano lasciato il Movimento Sociale Italiano (MSI). Era originario di Camposampiero, in provincia di Padova, ed è entrato nell’MSI da adolescente. Tra gli anni ’60 e ’70 è diventato un informatore dei servizi segreti con il nome in codice “Fonte Tritone”. Una perizia fotografica ha identificato Tramonte in una foto scattata poco dopo l’esplosione dell’ordigno.Nel 2005 Tramonte è stato processato insieme ad altri cinque imputati principali per la strage, ma è stato inizialmente assolto e non è stato processato a causa della prescrizione del reato. Tuttavia, nel 2014 la Corte di Cassazione ha annullato le assoluzioni di Tramonte e di uno degli imputati, Carlo Maria Maggi.
Il 22 luglio 2015, entrambi sono stati condannati all’ergastolo. La condanna definitiva è arrivata il 20 giugno 2017.
Fonte: Globalist - 28 maggio 2023 - Dal Msi a Ordine Nuovo: chi è Maurizio Tramonte il fascista condannato per la strage di Brescia
Maurizio Tramonte presenta istanza di revisione del processo sostenendo di essere vittima di un errore e spiegando, anche intervenendo in video collegato dal carcere di Melfi, che non era presente in Piazza della Loggia il giorno dell’attentato smentendo una foto che, nell’ambito del processo che nel 2015 aveva portato alla sua condanna all’ergastolo davanti alla Corte d’assise di Milano, era finita agli atti come prova contro lo stesso Tramonte. La Corte d’Appello di Brescia accoglie l’istanza di revisione nel maggio 2022, fissando l’udienza per l’ottobre successivo.
Il 5 Ottobre 2022 la Corte d’Appello di Brescia conferma la sentenza di condanna all’ergastolo, rigettando l’istanza di revisione
Si legge nella Motivazione: “I legali di Maurizio Tramonte avevano fondato l’istanza di revisione su tre distinti motivi
Innanzitutto «l’inconciliabilità tra i fatti accertatati dalla sentenza di cui si chiede la revisione con quelli “diversamente“ accertati dalla corte d’assise d’Appello di Venezia con sentenza del 19 aprile 1985»: un’inconciliabilità che secondo la corte d’appello di Brescia «è destituita di fondamento». Questo perchè «richiamandosi alla nozione di “fatti stabiliti “ la norma esclude» che «l’inconciliabilità possa essere correlata a una mera contraddittorietà logica tra le valutazioni sviluppate nelle due decisioni, circoscrivendola all’oggettività dei fatti storici posta a fondamento delle diverse sentenze». Secondo la corte d’appello di Brescia «la difesa estrapola dalle sentenze citate alcuni passi, dandone un’univoca lettura, asseritamente inconciliabile con quanto emerso nel processo a carico di Maurizio Tramonte» e «in secondo luogo nella sentenza veneziana, diversamente da quanto sostenuto dalla difesa Tramonte, il ruolo attribuito a Buzzi è di mero “partecipe“, non già di regista dell’attentato»... C’è poi il tema della «revisione europea», con la denuncia da parte della difesa di Tramonte dell’«errore in procedendo in merito all’utilizzazione a fini probatori delle dichiarazioni confessorie, ritrattate in sede di esame dibattimentale e utilizzate per le contestazioni, rese da Maurizio Tramonte nella fase delle indagini preliminari in qualità di persona informata sui fatti, in assenza di garanzie difensive»....La Corte d’appello ritiene inammissibile l’«istanza, esulante dai presupposti della cosiddetta revisione europea». Con riferimento al «piano sostanziale» scrive: «Maurizio Tramonte ha confermato le dichiarazioni rese in qualità di persona informata sui fatti, arricchendole di particolari, in successivi interrogatori alla presenza del difensore». C’è infine, ma non certo per importanza, il tema delle «nuove prove». Sono quelle relative alla partecipazione di Maurizio Tramonte alla riunione di Abano Terme e del 25 maggio 1974 e alla presenza dello stesso in piazza Loggia il giorno della strage di tre giorni dopo: «Passando – scrive in merito la Corte d’appello – a esaminare le nuove prove acquisite nell’odierno processo, né il certificato d’immatricolazione della moto Ducati Scrambler, nè le deposizioni di Manuela Tramonte e Patrizia Foletto risultano dotate di una forza persuasiva in grado di superare il complesso delle prove assunte nei gradi precedenti e ribaltare il giudizio di colpevolezza».
Fonte: Bresciaoggi - 5 gennaio 2023 - No alla revisione per Tramonte, ecco le motivazioni della sentenza: «Nuove prove poco persuasive»
Maurizio Tramonte tuttavia non si arrende e ricorre in Cassazione. L’udienza è stata fissata per il 26 settembre 2023
La Suprema Corte di Cassazione – sezione quinta – il 26 settembre 2023 ha sentenziato l’inammissibilità del ricorso presentato da Maurizio Tramonte. “Si tratta di una decisione importante che sottolinea il valore e il profondo rispetto procedurale che caratterizzano la sentenza del 2017 della Cassazione”, ha commentato il presidente della Casa della Memoria di Brescia, Manlio Milani. “Una conferma che ci permette di affrontare i nuovi impegni giudiziari, riguardanti la strage di Piazza della Loggia in continuità e per raggiungere un ulteriore tassello della verità giudiziaria, in particolar modo attinente alla fase esecutiva dell’attentato. Infine, vogliamo ringraziare la magistratura bresciana, gli avvocati delle parti civili, nonché il rappresentante dell’avvocatura di Stato per l’impegno profuso al raggiungimento di questo importante risultato”.
Giornale di Brescia: Strage di piazza Loggia, non ci sarà il processo di revisione per Tramonte
BresciaOggi: Strage di piazza Loggia, la Cassazione dice no alla revisione per Tramonte
Corriere della Sera Brescia: Strage, no della Cassazione alla revisione della condanna per Maurizio Tramonte
QuiBrescia: Manlio Milani: “Revisione di Tramonte respinta, ora avanti con la ricerca della verità sulla strage”
RaiNews: Strage Piazza Loggia, no alla revisione per Tramonte
Antimafia2000: Piazza della Loggia: nuovo processo per Maurizio Tramonte. Accolta istanza di revisione
Veronese, Toffaloni vive in Svizzera, con residenza elvetica e un nuovo nome, quello di Franco Maria Muller. Come riporta il quotidiano Il Giorno, gli inquirenti hanno avviato le indagini partendo da alcune frasi in dialetto veneto pronunciate allora da Toffaloni, studente di terza al liceo Fracastoro di Verona, conosciuto nell’ambiente con il nomignolo di “Tomaten”, perché il suo volto tendeva ad arrossire ad ogni situazione imbarazzante. “Anche a Brescia gh’ero mi”, avrebbe detto a un amico, il padovano Giampaolo Stimamiglio, facendo riferimento alla strage. L’uomo ha riferito ai giudici nel 2011 del colloquio avuto con Toffaloni. Sembrerebbe che di fronte alla richiesta di Stimamiglio di spiegare meglio a cosa si riferisse, “Tomaten” abbia risposto: “Son sta mi”.
23 marzo 2023: il giudice dei minori di Brescia, Angelica Nolli, accoglie la richiesta dell’accusa e rinvia a giudizio per strage Marco Toffaloni. Viene giudicato dal tribunale minorile nonostante abbia già compiuto 65 anni. Il 28 maggio 1974, data in cui si verificò la strage di piazza della Loggia, aveva infatti appena 16 anni. Secondo l’accusa Toffaloni è uno degli esecutori materiali:
(da Progettoinnocenti.it)
“In concorso con altre persone tra le quali Carlo Maria Maggi (condannato all’ergastolo e deceduto) e Maurizio Tramonte, in carcere condannato all’ergastolo in via definitiva, allo scopo di attentare alla sicurezza dello Stato appartenendo all’organizzazione eversiva Ordine Nuovo, che aveva promosso l’attentato nell’ambito della pianificazione di una serie di azioni terroristiche, nel corso di una manifestazione in Piazza Loggia indetta dal Comitato permanente antifascista e dalle segreterie provinciali della Cgil, Cisl e Uil, agendo quale autore materiale, concorrendo nel collocamento dell’ordigno esplosivo destinato all’attentato in un cestino portarifiuti, cagionava la strage”
Il processo avrebbe dovuto prendere il via il 7 settembre 2023 ma in questa data il Tribunale dei Minori di Brescia accoglie un’eccezione della difesa: agli atti non risultava un’elezione di domicilio valida. La circostanza ha portato alla nullità di tutte le notifiche. Si deve ricominciare dunque dal gup e da una nuova decisione sul rinvio a giudizio. Il 7 marzo 2024, alla prima udienza del processo, nuovo rinvio al giudice dell’udienza preliminare per una eccezione di nullità sollevata dall’avvocato difensore. Il 22 aprile 2024 c’è il definitivo rinvio a giudizio. A distanza di due giorni dal cinquantesimo anniversario c’è una certezza in più.
La strage di piazza della Loggia non è prescritta. Per la storia e nemmeno per la giustizia italiana. Lo stabilisce il tribunale dei minorenni di Brescia il 30 maggio 2024, giorno in cui inizia il processo. Il nome di Marco Toffaloni era contenuto in un elenco trasmesso dalla Questura di Verona a quella di Brescia nei giorni successivi alla morte, avvenuta il 19 maggio 1974, del giovane estremista di destra Silvio Ferrari che saltò in aria per lo scoppio di una bomba sul suo motorino. La novità emerge il 6 giugno 2024 nel racconto in aula del colonnello del Ros dei carabinieri Massimo Giraudo.
Dell’attendibilità dei testimoni che chiamano in causa Toffaloni e che lo pongono al centro del movimento neofascista veronese e, soprattutto, in piazza Loggia a Brescia la mattina del 28 maggio del 1974: di questo si occupa il 14 giugno sempre il colonnello del Ros Massimo Giraudo, nel corso della seconda udienza del processo in corso al Tribunale per i minorenni. Nell’udienza del 19 settembre 2024 Ombretta Giacomazzi (figlia degli allora proprietari di una pizzeria in città frequentata da neofascisti e che aveva avuto una relazione con Silvio Ferrari, esponente di estrema destra morto pochi giorni prima della strage di Piazza della Loggia a bordo della sua Vespa saltata in aria per la presenza sul pianale di esplosivo che il giovane – aveva 21 anni – stava trasportando per andare a collocare per un attentato) conferma le accuse fornite durante le indagini e quindi il coinvolgimento nell’esecuzione materiale della strage di Brescia di Marco Toffaloni. Nella successiva udienza del 3 ottobre il giudice del Tribunale dei Minorenni Federico Allegri dispone l’ordinanza coattiva di Toffaloni che prevede la collaborazione delle autorità svizzere.
Il 31 Ottobre 2024 le autorità svizzere negano il trasferimento.
Il 14 novembre riprende in aula il processo. Nel corso dell’udienza a porte chiuse, testimonia Nando Ferrari, all’epoca dirigente del Fronte della Gioventù arrestato e poi assolto nella prima storica inchiesta sull’attentato neo fascista del 28 maggio 1974.
19 Dicembre 2024: in aula si confrontano i consulenti di accusa e difesa e il perito del gip sulla fotografia che secondo la procura ritrae Marco Toffaloni in piazza pochi minuti dopo lo scoppio, dietro il cordone di sicurezza, alle spalle di Arnaldo Trebeschi chino sul corpo dilaniato del fratello Alberto. Luigi Capasso consulente del pm, conferma «l’identità» tra Toffaloni e il soggetto nella foto al centro dell’esame antropometrico, identità evidenziata da due «connotati di grande rilevanza: il solco nel labbro inferiore e la fossetta sul mento».
3 aprile 2025: Il tribunale dei minori di Brescia condanna Marco Toffaloni a trent’anni di carcere per essere stato l’esecutore materiale della strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974 in cui morirono 8 persone ed oltre cento rimasero ferite. La sentenza di primo grado è arrivata dopo quasi otto ore di camera di consiglio.
«Questa condanna certifica soprattutto che tutti sapevano tre giorni dopo e aspettare 50 anni per arrivare alla verità è davvero una cosa che mi sconvolge», ha detto Manlio Milani, Presidente di Casa della Memoria.
SwissInfo: Strage di Brescia, terrorista condannato in Italia vive nei Grigioni
Brescia Oggi: Strage di piazza Loggia: Marco Toffaloni condannato a 30 anni
Giornale di Brescia: Strage piazza Loggia, la sentenza: 30 anni a Marco Toffaloni
Il Giorno: Strage di piazza della Loggia, la verità dopo mezzo secolo: 30 anni a Marco Toffaloni. Il portavoce dei familiari delle vittime Manlio Milani: “Nel 1974 già tutti sapevano”
E’ l’uomo che l’inchiesta quater della Procura di Brescia ha individuato, assieme a Marco Toffaloni, come l’esecutore materiale della strage. Nato a Merano, ma cresciuto nel Veronese, oggi vive negli Stati Uniti con passaporto americano e gestisce un allevamento di dobermann che ha chiamato ‘Il Littorio’. Il giorno dell’esplosione della bomba Zorzi non aveva ancora compiuto 21 anni. Secondo l’accusa, Zorzi sarebbe stato l’esecutore materiale ed è accusato di concorso in strage per “aver partecipato alle riunioni in cui l’attentato veniva ideato, manifestando la propria disponibilità all’esecuzione dell’attentato e comunque – recita il capo di imputazione secondo l’Ansa – rafforzando il proposito dei correi della strage”.
Nel corso dell’udienza preliminare dell’11 maggio 2023, il Gup respinge la costituzione di parte civile della presidenza del Consiglio dei Ministri che ha presentato istanza in ritardo rispetto a quando l’udienza ha preso il via. La decisione viene impugnata da Palazzo Chigi e la Cassazione dovrà pronunciarsi il 29 settembre.
L’udienza per sapere se Zorzi viene rinviato o meno a giudizio è più volte rinviata.
Il 31 ottobre 2023 si svolge ulteriore udienza preliminare dove l'Avvocatura dello stato chiede il rinvio a giudizio del 70enne veronese.
Il 13 novembre 2023 il Gup del Tribunale di Brescia rinvia a giudizio Roberto Zorzi.
L’inizio del processo avviene il 29 febbraio 2024, con un rinvio. Il 18 giugno 2024 il processo, messo in pausa per tre mesi in attesa dei rinforzi necessari alla Corte d’Assise, riprende. “Vogliamo celebrarlo in tempi contenuti anche se dal punto di vista del numero di magistrati rispetto al mese scorso la situazione non è migliorata, ma è addirittura peggiorata”, afferma in aula il presidente della Corte d’Assise di Brescia Roberto Spanó.
11 settembre 2024: riprende il processo. «La carenza d’organico non è stata risolta sarà molto difficile concludere il processo entro l’estate del 2025»; queste le parole in aula del presidente della Corte d’Assise di Brescia Roberto Spanò.
13 novembre 2024: nuova udienza del processo per la strage di Piazza della Loggia davanti alla corte d’assise di Brescia. Assente in aula l’imputato, cittadino americano. Al centro dell’udienza la testimonianza e la ricostruzione del generale Massimo Giraudo, già comandante dei Ros e figura di rilievo in questo processo, soprattutto vista la sua competenza sia sulle stragi di quegli anni, sia sull’organizzazione eversiva Ordine nuovo, responsabile della strage di Brescia e non solo.
26 novembre 2024. Nuova udienza. Afferma Giraudo: “Roberto Zorzi viene completamente dimenticato dalle forze di Polizia. Nelle indagini della strage di Brescia ci resta praticamente un solo giorno».
13 marzo 2025: testimone chiave Daniela Bellaro smentisce l’alibi di Zorzi. La mattina del 28 maggio 1974 non era a Verona.
7 aprile 2025: al banco dei testimoni la grande accusatrice e super teste Ombretta Giacomazzi, la cui famiglia all'epoca gestiva una pizzeria frequentata da giovani di estrema destra e già fidanzata di Silvio Ferrari, il 21enne saltato in aria una settimana prima della Strage mentre con la sua Vespa stava trasportando una bomba in centro città a Brescia.
“Ho collegato dopo anni visi a nomi a fatti di quei tempi dopo che a lungo avevo rimosso tutto - ha spiegato la donna -. Qualche giorno dopo la morte di Silvio Ferrari un gruppo di cui facevano parte i veronesi Toffaloni e Zorzi con i bresciani si trovò in pizzeria e i componenti dissero che volevano vendicare la morte di Silvio Ferrari. Roberto Zorzi aveva detto "quello che non ha fatto lui lo faremo noi". Quello che "non aveva fatto lui" però era l'attentato al locale Blue Note che sapevo che avrebbero voluto fare (poi non avvenuto, ndr), ma nessuno ha mai parlato di piazza Loggia. Solo dopo la Strage ho ricollegato quelle parole a piazza Loggia, ma non l'ho mai sentito direttamente dal gruppo ed è una mia supposizione», spiega Ombretta Giacomazzi. "Mi viene una rabbia addosso a quando penso a quanto sono stata stupida a non parlare allora" aggiunge ancora Ombretta Giacomazzi. "Io avevo iniziato a parlare nei primi interrogatori, ma il generale Delfino mi aveva attaccato dicendo che ero una bugiarda. In poco tempo mi sono trovata in carcere a Venezia dove sono stata da marzo a settembre 1975. Mi hanno sempre impedito di parlare"."Delfino mi disse: "Se tu non vuoi che io trasformi il reato di reticenza in concorso in strage devi fare ciò che ti dico io. Devi cercare di coinvolgere il figlio del giudice Arcai che si chiama Andrea Arcai. Lo conoscevo di vista Andrea Arcai, ma lui non è mai stato coinvolto in nulla".
12 maggio 2025: ritorna in aula Ombretta Giacomazzi, interrogata dall’avvocato della difesa. Conferma le accuse e ricorda gli incontri alla caserma di Parona a Verona dove, a suo dire, carabinieri e neofascisti pianificarono l’attentato al Blue Note di Brescia che avrebbe dovuto essere compiuto la sera in cui Silvio Ferrari, il suo fidanzato, saltò per aria in piazza del Mercato trasportando un ordigno
13 giugno 2025: l’appuntato Vittore Sandrini, allora braccio destro di Delfino, smentisce in aula le accuse di Ombretta Giacomazzi e nega gli incontri presso la caserma di Parona. Ripetuti i “non ricordo”. Il Presidente Spanò ipotizza il reato di falsa testimonianza.