Nato a Roma il 25 febbraio 1961 in una famiglia della piccola borghesia di estrazione antifascista, con il padre dipendente del Ministero dell’interno e iscritto al Partito Comunista Italiano e una madre infermiera, Valerio Verbano inizia il suo impegno politico nel 1975, all’interno del collettivo autonomo del proprio istituto scolastico, il liceo scientifico Archimede, situato nel quartiere romano del Nuovo Salario. La sua militanza attiva che lo impegna, a volte, anche a rischio della propria incolumità fisica, si estende anche al di fuori dell’ambito scolastico attraverso l’adesione al Comitato di lotta Valmelaina, emanazione territoriale di Autonomia Operaia.
Come molti ragazzi della sua età, oltre all’impegno politico, sin da bambino divide la sua passione con altri interessi, come lo sport (in particolare le arti marziali, come il judo ed il karate), ma anche la musica (Beatles, Pink Floyd), e il tifo calcistico per la Roma, sua squadra del cuore. Attraverso un altro dei suoi interessi, la fotografia, inizia a documentare gli avvenimenti politici dell’epoca e a redigere una personale inchiesta sui movimenti di estrema destra nella capitale.
Il 20 aprile 1979, Verbano fu arrestato dalla polizia insieme ad altri quattro ragazzi mentre, all’esterno di un casale abbandonato nei pressi della borgata romana di Fidene, si accingeva a fabbricare degli ordigni incendiari (alcune bottiglie molotov). La perquisizione che le forze dell’ordine eseguirono, immediatamente dopo l’arresto, nell’abitazione di via Monte Bianco 114, dove Verbano viveva assieme ai suoi genitori, portò al rinvenimento e al sequestro di un’arma da fuoco con la matricola abrasa (una Beretta 6,35) e di materiale documentale, tra cui diversi fascicoli redatti da Verbano con la schedatura di estremisti di destra. Processato, il 22 dicembre 1979 fu condannato a sette mesi di reclusione da scontare nel carcere romano di Regina Coeli.
L’omicidio
«Avevo un figlio, Valerio, che riempiva la nostra vita e me lo hanno ammazzato. È caduto sul divano in quell’angolo, aveva la testa dove adesso c’è quel gattino di pezza. Sono stati i fascisti, forse per vendetta, perché Valerio faceva parte di Autonomia, o forse per paura. Valerio era un loro nemico giurato, stava raccogliendo un dossier sui fascisti del quartiere, chissà? Ma da quel giorno viviamo con uno scopo, scoprire la verità su nostro figlio. Dare un nome ai tre assassini che ce l’hanno ucciso davanti agli occhi. Se la sua morte rimarrà un mistero, mio figlio sarebbe ucciso per la seconda volta.»
Il 22 febbraio 1980, intorno alle 12:44, tre giovani armati e coperti da un passamontagna si introdussero con una scusa in casa Verbano, al quarto piano di via Monte Bianco 114, nel quartiere romano di Monte Sacro. Spacciandosi per amici del figlio riuscirono a convincere i genitori di Verbano ad aprire le porte della loro abitazione; una volta introdottisi all’interno dell’appartamento, armati di pistole con silenziatore, i tre legarono e imbavagliarono i genitori che, immobilizzati con nastro adesivo, furono portati nella loro camera da letto. A quel punto, rimasero in attesa del rientro di Valerio, non ancora rincasato da scuola.
Al suo ritorno, intorno alle 13:40, aperta la porta di casa, Verbano venne subito assalito dai tre. Nella colluttazione che seguì, Verbano riuscì a disarmare uno degli assalitori e a tentare la fuga attraverso una finestra dell’appartamento. Venne però raggiunto da un colpo di arma da fuoco alla schiena che gli perforò l’intestino e lo fece cadere gravemente ferito sul divano del salotto. Quando gli aggressori si diedero alla fuga, nella concitazione, lasciarono nell’appartamento un passamontagna, una pistola calibro 38 con silenziatore, un guinzaglio per cani, un paio di occhiali da sole e un bottone di camicia.
Allertati dallo sparo, i vicini di casa accorsi nell’appartamento dei Verbano immediatamente dopo la fuga degli assassini, si attivarono per liberare i genitori e per soccorrere, invano, il ragazzo, che morì poco dopo, ancor prima di essere caricato nell’ambulanza che lo avrebbe trasportato all’ospedale.
L’omicidio ebbe una grandissima risonanza cittadina, grazie anche alla militanza politica di Verbano. Il 25 febbraio, giorno dei funerali (e del suo compleanno), si registrarono diversi episodi di violenza dei gruppi legati all’Autonomia duramente repressi con cariche e lacrimogeni dalla polizia, fin dentro il cimitero del Verano, dove Verbano fu sepolto. Dalle finestre del commissariato di San Lorenzo, quartiere romano attiguo al cimitero, vennero addirittura esplosi diversi colpi di pistola sul corteo funebre.
Le rivendicazioni
Il giorno stesso dell’omicidio, alle 20, arriva la prima rivendicazione, siglata da una sedicente formazione di sinistra, il ‘’Gruppo Proletario Organizzato Armato’’, che afferma di aver voluto colpire una spia, un delatore, un servo della polizia: nel comunicato, l’omicidio viene definito come frutto di un errore, rispetto all’intenzione iniziale di punirlo con la gambizzazione.
Un’ora dopo, intorno alle 21, arriva una seconda rivendicazione a firma dei Nuclei Armati Rivoluzionari, la sigla di punta dell’estremismo di destra dell’epoca: “Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. E sempre a firma NAR (comandi Thor, Balder e Tir), verso le ore 12 del giorno dopo, viene recapitata una seconda rivendicazione in cui, pur non parlando esplicitamente dell’omicidio Verbano, si fa riferimento, in modo allusivo, al “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”.
Dieci giorni dopo, compare a Padova un ulteriore volantino ancora a firma NAR, che smentisce categoricamente il coinvolgimento del gruppo terroristico nel delitto Verbano. Gli inquirenti, che esclusero la veridicità di quest’ultimo volantino, confermarono come rivendicazione più probabile la prima, telefonica, fatta dai NAR. Nel momento dell’arrivo di quella telefonata, infatti, il riferimento al calibro 38 della pistola usata per l’assassinio, effettivamente utilizzata per l’agguato, non era stata ancora confermata nel bollettino ufficiale dell’autopsia, redatto dal medico legale.
Fonte
Wikipedia
Approfondimenti
Rai News
In memoria di Valerio Verbano, il maxi ritratto di Jorit a Roma
Globalist
Dopo 41 anni nuove indagini sull’omicidio di Valerio Verbano, ucciso dai fascisti
Osservatorio Repressione
Roma 22 febbraio 1980 – L’omicidio di Valerio Verbano
SkyTG24
Roma, a 40 anni dall’omicidio di Valerio Verbano chiesta archiviazione
Video
Rai Storia
Il Libro

Odradek Edizioni

da Osservatorio Repressione

da Ugo Maria Tassinari
English version
Valerio Verbano, 19 years old, student
Born in Rome on February 25, 1961, into a family from the petite bourgeoisie with an anti-fascist background, with his father employed by the Ministry of the Interior and a member of the Italian Communist Party, and a mother who was a nurse, Valerio Verbano began his political involvement in 1975 within the autonomous collective of his own school, the Archimede Scientific High School, located in the Roman district of Nuovo Salario. His active militancy, sometimes even at the risk of his own physical safety, extended beyond the school environment through his membership in the Valmelaina Fight Committee, a territorial emanation of Workers’ Autonomy.
Like many boys his age, in addition to his political commitment, from childhood he shared his passion with other interests, such as sports (especially martial arts like judo and karate), as well as music (Beatles, Pink Floyd), and football fandom for AS Roma, his favorite team. Through another of his interests, photography, he began documenting the political events of the time and compiling a personal investigation into far-right movements in the capital.
On April 20, 1979, Verbano was arrested by the police along with four other boys while, outside an abandoned farmhouse near the Roman suburb of Fidene, they were preparing to manufacture incendiary devices (some Molotov cocktails). The search conducted by the police immediately after the arrest at the residence on Via Monte Bianco 114, where Verbano lived with his parents, led to the discovery and seizure of a firearm with the serial number erased (a Beretta 6.35) and documentary material, including several files compiled by Verbano with profiles of right-wing extremists. Tried, on December 22, 1979, he was sentenced to seven months in prison to be served at the Regina Coeli prison in Rome.
The Murder
“I had a son, Valerio, who filled our lives and they killed him. He fell on the couch in that corner, his head where there’s now that stuffed kitten. They were fascists, perhaps in revenge, because Valerio was part of Autonomy, or perhaps out of fear. Valerio was their sworn enemy, he was compiling a dossier on the fascists in the neighborhood, who knows? But since that day, we’ve lived with a purpose, to discover the truth about our son. To name the three murderers who killed him before our eyes. If his death remains a mystery, my son would be killed for the second time.”
On February 22, 1980, around 12:44 p.m., three armed youths wearing ski masks entered the Verbano home on the fourth floor of Via Monte Bianco 114, in the Monte Sacro district of Rome. Posing as friends of the son, they managed to convince Verbano’s parents to open the doors of their home; once inside the apartment, armed with silenced pistols, the three tied up and gagged the parents, who were immobilized with adhesive tape, and took them to their bedroom. At that point, they waited for Valerio to return home from school, not yet having arrived.
Upon his return, around 1:40 p.m., when he opened the door to his home, Verbano was immediately attacked by the three. In the ensuing struggle, Verbano managed to disarm one of the attackers and attempted to escape through a window of the apartment. However, he was struck by a gunshot to the back that perforated his intestines, causing him to fall seriously injured on the living room couch. When the attackers fled, in the confusion, they left in the apartment a ski mask, a .38 caliber pistol with a silencer, a dog leash, a pair of sunglasses, and a shirt button.
Alerted by the gunshot, neighbors rushed into the Verbano apartment immediately after the assailants fled, working to free the parents and to help, in vain, the boy, who died shortly thereafter, even before being loaded into the ambulance that would have taken him to the hospital.
The murder had a huge impact on the city, also thanks to Verbano’s political activism. On February 25, the day of the funeral (and his birthday), there were several episodes of violence by groups linked to Autonomy, harshly repressed with charges and tear gas by the police, even inside the Verano cemetery, where Verbano was buried. From the windows of the San Lorenzo police station, an adjacent Roman neighborhood to the cemetery, several gunshots were even fired at the funeral procession.
Claims
On the same day of the murder, at 8:00 PM, the first claim arrives, signed by an alleged leftist group, the “Gruppo Proletario Organizzato Armato” (Armed Organized Proletarian Group), which claims to have intended to target a spy, an informant, a police collaborator: in the statement, the murder is described as a mistake compared to the initial intention of inflicting punishment through kneecapping.
An hour later, around 9:00 PM, a second claim arrives signed by the Nuclei Armati Rivoluzionari (Armed Revolutionary Nuclei), the main far-right extremist group of the time: “We have executed Valerio Verbano, the mastermind of the Cecchetti murder. The shot that killed him was fired with a .38 caliber gun. We left a 7.65 caliber pistol in the apartment. The police hid it.” And still under the NAR signature (Thor, Balder, and Tir commands), around 12:00 PM the next day, a second claim is delivered in which, although not explicitly mentioning Verbano’s murder, there is an allusive reference to the “hammer of Thor that struck in Montesacro.”
Ten days later, another flyer appears in Padua, also signed by NAR, categorically denying the involvement of the terrorist group in Verbano’s murder. Investigators, who exclude the truthfulness of this latter flyer, confirm that the most probable claim is the first one, made by NAR over the phone. At the time of the arrival of that phone call, indeed, the reference to the .38 caliber of the gun used for the murder, which was actually used in the ambush, had not yet been confirmed in the official autopsy report prepared by the forensic pathologist.