Agli inizi degli anni ottanta, la lotta delle Brigate rosse e delle altre organizzazioni fiancheggiatrici si allargò all’area delle carceri italiane, a causa della presenza in queste di numerosi terroristi detenuti. A Roma le azioni iniziarono con il ferimento del medico del carcere di Rebibbia Giuseppina Galfo.
Il 28 gennaio 1983 una cellula romana delle Brigate Rosse, inizialmente denominatasi Nuclei per il potere del proletario armato, rapì Germana Stefanini, di 56 anni, vigilatrice del reparto femminile, e la sottopose a un processo da parte del “tribunale rivoluzionario” nel suo appartamento al quartiere romano del Prenestino, per estorcerle informazioni sull’organizzazione carceraria.
Il suo interrogatorio venne registrato su audiocassette, rinvenute successivamente durante le indagini della polizia. Il processo si concluse con la condanna a morte della donna, motivata dalla sua: «funzione repressiva … a spese dei prigionieri proletari comunisti», ed eseguita con un colpo di pistola alla nuca. Il suo corpo fu rinvenuto quella sera stessa nel bagagliaio di una Fiat 131 parcheggiata in una strada del Tiburtino.
Il suo omicidio fu ripudiato da 180 recluse del carcere, che firmarono un documento di condanna per denunciarne l’aberrazione. Fu inoltre oggetto di più interpellanze parlamentari sulle condizioni della gestione delle carceri e sulla sicurezza del corpo di vigilanza carceraria.
Per l’omicidio, l’11 aprile 1987 la corte d’assise d’appello di Roma condannò all’ergastolo Francesco Donati, Carlo Garavaglia e Barbara Fabrizi.
Donati, facente parte della terza generazione delle Brigate Rosse, sarà coinvolto successivamente anche nelle indagini sull’omicidio D’Antona, avvenuto 16 anni dopo a opera delle Nuove Brigate Rosse.
Fonte
Wikipedia
Approfondimenti
Ristretti.org
Germana Stefanini. Il sacrificio della “secondina” uccisa come Aldo Moro
Spazio70
MarioCalabresi.com
Quando Germana chiuse la finestra
Penitenziaria.it
I dettagli del sequestro e il feroce assassinio di Germana Stefanini: doveva morire un’altra collega

da Polizia Penitenziaria

da Mariocalabresi.com

da /old.memoria.san.beniculturali.it
English version
Germana Stefanini, 56 years old, prison guard
In the early 1980s, the struggle of the Red Brigades and other supporting organizations expanded into the realm of Italian prisons due to the presence of numerous detained terrorists. In Rome, the actions began with the wounding of Giuseppina Galfo, a doctor at Rebibbia prison.
On 28 January 1983, a Roman cell of the Red Brigades, initially named Nuclei per il Potere del Proletario Armato (Nuclei for the Power of the Armed Proletariat), kidnapped Germana Stefanini, a 56-year-old guard of the women’s section. She was subjected to a trial by the “revolutionary tribunal” in her apartment in the Prenestino district of Rome to extract information about the prison organization.
Her interrogation was recorded on audiocassettes, which were later found during police investigations. The trial concluded with a death sentence for her, justified by her: “repressive function … at the expense of proletarian communist prisoners,” and was carried out with a gunshot to the back of the head. Her body was found that same evening in the trunk of a Fiat 131 parked on a street in Tiburtino.
Her murder was repudiated by 180 female inmates of the prison, who signed a document condemning it as an atrocity. It was also the subject of multiple parliamentary inquiries into prison management conditions and the security of prison staff.
For the murder, on 11 April 1987, the Rome Court of Appeal sentenced Francesco Donati, Carlo Garavaglia, and Barbara Fabrizi to life imprisonment. Donati, part of the third generation of the Red Brigades, would later also be involved in the investigations into the murder of D’Antona, which occurred 16 years later at the hands of the New Red Brigades.