23 Dicembre 1984: Strage di Natale o del Rapido 904: la prima strage della mafia

San Benedetto Val di Sambro (BO)

Altobelli Giovanbattista, 51 anni, operaio
Brandi Anna Maria, 26 anni, studentessa
Calvanese Angela De Simone, 33 anni, insegnante
Cavalli Susanna, 22 anni, studentessa
Cerrato Lucia, 66 anni, pensionata
De Simone Anna, 9 anni, scolara
De Simone Giovanni, 4 anni,
De Simone Nicola, 40 anni, operaio
Leoni Pier Francesco, 23 anni, studente
Matarazzo Luisella, 25 anni, studentessa
Moccia Carmine, 30 anni, operaio
Moratello Valeria, 22 anni, studentessa
Morini Maria Luigia, 45 anni, vigilatrice d‘infanzia
Taglialatela Federica, 12 anni, studentessa
Taglialatela Gioacchino, 50 anni, geometra
Vastarella Abramo, 29 anni, carpentiere

L’attentato

Strage del Rapido 904 o strage di Natale è il nome attribuito a un attentato dinamitardo avvenuto il 23 dicembre 1984 nella Grande Galleria dell’Appennino, subito dopo la stazione di Vernio, ai danni del treno rapido n. 904, proveniente da Napoli e diretto a Milano[. L’attentato fu un’orrenda replica di quello condotto dal terrorismo neofascista nel 1974 ai danni del treno Italicus. Per le modalità organizzative e per i personaggi coinvolti, è stato indicato dalla Commissione stragi come un evento antesignano e precursore dell’epoca della guerra di mafia dei primi anni ottanta del XX secolo.

Al di là delle motivazioni specifiche, la responsabilità dell’atto è da iscriversi alla mafia siciliana, Cosa nostra. In particolare, la Relazione Pellegrino in conclusione del capitolo denominato Il crocevia eversivo e la strage del Treno 904, sviluppando un parallelo tra le dinamiche, i protagonisti e gli obiettivi delle due stragi di Bologna (1980) e del Rapido 904 (1984), afferma che: «Restano non pienamente chiariti i contesti, probabilmente diversi, in cui le due stragi sono venute ad inserirsi e i più ampi disegni strategici cui le stesse sono state funzionali. In tale prospettiva apprezzabile – ma non pienamente appagante – appare l’ipotesi avanzata in sede giudiziaria con specifico riferimento alla strage del treno 904 secondo cui la stessa sarebbe stata una reazione di Cosa nostra all’attivarsi della collaborazione di alcuni pentiti “storici” come Buscetta e Contorno; un tentativo cioè dell’associazione criminale di rinsaldare, mediante la minaccia di un salto qualitativo della sua azione offensiva, legami istituzionali che sembravano allentarsi o comunque posti in discussione dall’attivarsi di una nuova stagione, che poneva in crisi un antico patto armistiziale. In tale prospettiva la strage di Natale del 1984 sembra preannunciare una stagione successiva che abbraccia eventi come le stragi di Capaci e via D’Amelio e gli attentati dell’estate del 1993.

L’attentato venne compiuto domenica 23 dicembre 1984, nel fine settimana precedente le feste natalizie. Il treno, trainato dal locomotore E.444.030, era pieno di viaggiatori che ritornavano a casa o andavano in visita a parenti per le festività. Intorno alle 19:08, il convoglio fu dilaniato da un’esplosione violentissima mentre percorreva la Direttissima in direzione Nord, all’interno della Grande galleria dell’Appennino, in località Vernio, dove la ferrovia procede diritta e la velocità dei treni in transito supera solitamente i 150 km/h. La detonazione fu causata da una carica di esplosivo radiocomandata, posta su una griglia portabagagli del corridoio della 9ª carrozza di seconda classe, a centro convoglio: l’ordigno era stato collocato sul treno durante la sosta alla stazione di Firenze Santa Maria Novella.

Al contrario del caso dell’Italicus, questa volta gli attentatori attesero che il veicolo penetrasse nel tunnel, per massimizzare l’effetto della detonazione: lo scoppio, avvenuto a quasi metà della galleria, provocò un violento spostamento d’aria che frantumò tutti i finestrini e le porte. L’esplosione causò 15 morti e 267 feriti. In seguito, i morti sarebbero saliti a 16 per le conseguenze dei traumi. Venne attivato il freno di emergenza, e il treno si fermò a circa 8 km dall’ingresso Sud e a 10 da quello Nord. I passeggeri erano spaventati, e a questo si affiancava il freddo dell’inverno appenninico. A chiamare i soccorsi, utilizzando un telefono di servizio presente in galleria, fu il controllore Gian Claudio Bianconcini, il quale era al suo ultimo viaggio in servizio e, pur ferito anch’egli, era sopravvissuto all’esplosione.

Il Presidente del Consiglio Bettino Craxi disse amaramente «S’è voluto sporcare di sangue questo Natale»[4], mentre il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel suo ultimo messaggio di fine anno, commentò: «Cinque stragi abbiamo avuto, tutte lo stesso marchio d’infamia, e i responsabili non sono stati ancora assicurati alla giustizia. I parenti delle vittime, il popolo italiano non chiedono, come qualcuno ha insinuato, vendetta, ma chiedono giustizia». Il Capo dello Stato aggiunse che i servizi segreti erano stati rinnovati: «Mi hanno detto che vi sono persone molto valide, oneste. Gli antichi servizi segreti erano stati inquinati dalla P2, da questa associazione a delinquere. Ebbene i nuovi servizi segreti cerchino di indagare, non si stanchino di indagare, non si fermino ad indagare in Italia, vadano anche all’estero, perché probabilmente la sede centrale di questi terroristi si trova all’estero.».

Giorgio Bocca, commentando la strage, scrisse: «Che cosa è accaduto di nuovo nella Repubblica italiana in questi ultimi anni e mesi? È accaduto che la macchina democratica piano piano ha ricominciato a funzionare. Sono finiti in galera i golpisti della P2, i bancarottieri golpisti di Sindona, i generali ladri alla Giudice, i capi di servizi segreti pronti alle deviazioni. E sono stati inferti colpi duri alla mafia e alla camorra. In sostanza lo Stato democratico ha colpito duramente tutti gli alleati reali e potenziali dell’apparato repressivo. E questo incomincia a essere un motivo, se non dimostrabile in modo matematico, certo credibile a livello di politica repressiva. Al fondo di tutte queste storie sotterranee c’è sempre anche una ragione organizzativa. L’apparato a cui è “burocraticamente” affidato il compito di mantenere lo “status quo”, se sente crollare attorno a sé gli strumenti del suo controllo e del suo potere, può reagire alla sua maniera: feroce, irrazionale ma non priva di tragici effetti».

Le indagini

Le indagini si indirizzarono subito su una duplice pista: quella napoletana e quella romana. La prima ha origine nell’anticipazione della strage che Carmine Esposito (un “informatore”, che aveva appena trascorso un breve periodo di detenzione) aveva fatto alcuni giorni prima dell’eccidio alla Questura di Napoli; essa portava verso il clan camorristico di Giuseppe Misso e verso Massimo Abbatangelo, parlamentare del Movimento Sociale Italiano. La pista romana fu avviata dall’arresto di Guido Cercola, braccio destro a Roma del boss mafioso Giuseppe Calò, cui seguiva il ritrovamento, nella casa di Franco D’Agostino (affittuario e sodale di Cercola), di due congegni radio-elettrici in grado di innescare un’esplosione compatibili con quelli usati per la strage, e poi, in un casale dello stesso Cercola presso Poggio San Lorenzo, vicino a Rieti, di due pani di esplosivo Semtex H (di cui uno ridotto di circa un chilo), sei cariche di tritolo (di cui una mancante di 40 grammi) e nove detonatori: le perizie condotte prima a Roma e poi a Firenze dimostrarono come quel tipo di materiale fosse compatibile con quello usato nell’attentato al treno. Emersero rapporti tra Cercola e un tedesco, Friedrich Schaudinn, che sarebbe stato incaricato di produrre i congegni utilizzati nell’attentato e ritrovati dalla polizia a casa di Cercola.

Nei mesi successivi due membri del clan Misso iniziarono a collaborare con la giustizia: il primo è Lucio Luongo, che conduce gli inquirenti all’arsenale del gruppo[11]; un altro componente della banda già detenuto, Mario Ferraiuolo, inizia a collaborare, confermando che il clan, oltre all’attività di criminalità comune, si muoveva anche per finalità politiche, e sostenendo che si erano svolte riunioni con Abbatangelo, il quale, ai primi di dicembre 1984, avrebbe consegnato a Misso armi, detonatori e un pacco chiuso contenente esplosivi, portato a Roma da Luongo una settimana prima di Natale; affermazioni poi confermate da Luongo.

Nell’ottobre 1985 Calò è incriminato come mandante della strage, mentre altri 22 ordini di cattura sono emessi per Misso e la sua banda per reati vari, oltre a quello di strage e porto di esplosivi; tra i ricercati è anche Gerlando Alberti jr (nipote omonimo del capomafia siciliano Gerlando Alberti), legato alla famiglia di Calò ma “trapiantato” nel clan Misso e considerato dalle indagini elemento di collegamento tra le due organizzazioni per l’esecuzione della strage.

Il 9 gennaio 1986 il pubblico ministero Pier Luigi Vigna imputò formalmente la strage a Calò e a Cercola, che l’avrebbero compiuta:

«con lo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato.»

Vennero a galla diverse linee di collegamento tra Calò, Cosa nostra, la Camorra, gli ambienti del terrorismo eversivo neofascista, la P2 e la Banda della Magliana: questi rapporti furono chiariti da diversi personaggi vicini a questi ambienti, tra cui Cristiano e Valerio Fioravanti, Massimo Carminati e Walter Sordi. Le deposizioni che spiegavano i legami tra questi tre ambienti della criminalità emersero al maxiprocesso dell’8 novembre 1985, di fronte al giudice istruttore Giovanni Falcone.

Nel 1988, alla vigilia del processo di primo grado, uno degli imputati principali, Friedrich Schaudinn – ritenuto l’artificiere della strage – fuggì dagli arresti domiciliari e trovò riparo nella Repubblica Federale Tedesca. Nel 1993, in un’intervista per la trasmissione televisiva Il rosso e il nero di Michele Santoro, Schaudinn confessò di essere stato aiutato a fuggire all’estero da funzionari dei servizi segreti

Responsabilità penale

La Corte d’assise di Firenze, il 25 febbraio 1989, condannò alla pena dell’ergastolo Giuseppe Calò, Guido Cercola e altri imputati legati al clan camorristico Misso (Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi e Giuseppe Misso, detto «il boss del rione Sanità»), con l’accusa di strage. Inoltre, condannò a 28 anni di detenzione Franco D’Agostino, a 25 anni Schaudinn, e condannò altri imputati nel processo per il reato di banda armata.

Il secondo grado venne celebrato dalla Corte d’assise d’appello di Firenze, presieduta dal giudice Giulio Catelani, con sentenza emessa il 15 marzo 1990. Le condanne all’ergastolo per Calò e Cercola furono confermate, mentre la pena di Di Agostino fu ridotta da 28 a 24 anni. Misso, Pirozzi e Galeota furono invece assolti per il reato di strage, ma condannati per detenzione illecita di esplosivo. Il tedesco Schaudinn venne invece assolto dal reato di banda armata, ma fu confermata la sua condanna per strage con pena ridotta a 22 anni.

Il 5 marzo 1991 la prima sezione penale della Corte di cassazione, presieduta dal giudice Corrado Carnevale, annullò le condanne in appello, confermando le tre assoluzioni di Galeota, Misso e Pirozzi[3]. Il sostituto procuratore generale Antonino Scopelliti era contrario e mise in guardia i giudici dal far prevalere l’impunità del crimine. La Cassazione ordinò la ripetizione del processo, dinnanzi ad altra sezione della Corte d’assise d’appello di Firenze. Quest’ultima, il 14 marzo 1992, confermò gli ergastoli per Calò e Cercola, condannò Di Agostino a 24 anni e Schaudinn a 22. Misso fu condannato a 3 anni per detenzione di esplosivo, mentre le condanne di Galeota e Pirozzi furono ridotte a 1 anno e 6 mesi ciascuno.

Quello stesso giorno Galeota e Pirozzi, insieme alla moglie Rita Casolaro e alla moglie di Giuseppe Misso, Assunta Sarno, stavano ritornando a Napoli quando, durante il viaggio, incorsero in un agguato: la loro auto (una Ford Fiesta XR2) fu speronata e mandata fuori strada da alcuni killer della camorra che li seguivano sull’autostrada A1, all’altezza del casello di Afragola-Acerra, alle porte di Napoli. Le armi da fuoco dei killer lasciarono sul terreno i corpi senza vita di Galeota e della Sarno, quest’ultima trucidata con un colpo di pistola in bocca. Soltanto Giulio Pirozzi e sua moglie riuscirono miracolosamente a uscire vivi da quella che fu una vera e propria mattanza di camorra, anche grazie al sopraggiungere di un’auto della polizia stradale dal senso inverso di marcia, che impedì ai killer di completare il lavoro. Pirozzi, benché ferito gravemente, si salvò anche perché si finse morto nel corso della sparatoria. L’auto usata dagli assassini, una Lancia Delta HF, fu poi abbandonata nei pressi dell’aeroporto di Capodichino e data alle fiamme.

La quinta sezione penale della Cassazione, il 24 novembre 1992, confermò la sentenza riconoscendo la «matrice terroristico-mafiosa» dell’attentato.

Dal processo era stata stralciata la posizione di Massimo Abbatangelo, deputato del MSI, poiché la Camera dei deputati aveva concesso l’autorizzazione a procedere, ma non all’arresto[3][37][38]. Dopo essere stato condannato in primo grado all’ergastolo, nel 1991, il 18 febbraio 1994 la Corte d’assise d’appello di Firenze assolse il parlamentare missino dal reato di strage, ma lo condannò a 6 anni di reclusione per aver consegnato dell’esplosivo a Giuseppe Misso, nella primavera del 1984[42]. Le famiglie delle vittime fecero ricorso in Cassazione contro quest’ultima sentenza, ma persero e dovettero pagare le spese processuali.

Nell’ottobre 1993, Pippo Calò, nel corso di un’audizione dinanzi alla Commissione stragi presieduta da Libero Gualtieri, si proclamò estraneo alla strage del Rapido 904 ed affermò di essere interessato alla riapertura del processo, lasciando balenare l’intenzione di volere fare delle dichiarazioni “importanti”: lanciò infatti ambigui messaggi affermando con linguaggio criptico che Pier Luigi Vigna – il pm della Procura di Firenze che lo fece condannare – “è stato cattivo“ e “che la mafia non c’entra con quella strage: traete voi le conseguenze e chiedetevi chi ha fatto scappare Schaudinn“.

Guido Cercola si suicidò in carcere a Sulmona il 3 gennaio 2005, soffocandosi con dei lacci di scarpe. Rinvenuto agonizzante in cella, morì durante il trasporto in ospedale.

Il 27 aprile 2011 la Direzione distrettuale antimafia di Napoli emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del boss mafioso Salvatore Riina per la strage, precisando che Riina è considerato il mandante della strage. Il 25 novembre 2014 si aprì, a Firenze, il processo. Secondo la DDA napoletana, il quantitativo di Semtex-H utilizzato per la strage del Rapido 904 fu acquistato da Cosa nostra agli inizi degli anni ottanta: parte di esso fu usato anche in altri attentati attribuiti a Riina, come la strage di via d’Amelio (in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta), la strage di Capaci (in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta) e le stragi del 1993 a Roma, Milano e Firenze, nonché i falliti attentati all’Addaura e allo stadio Olimpico di Roma, mentre un’altra parte di questa tipologia di esplosivo fu sequestrata dalla DIA di Palermo nel febbraio del 1996 all’interno dell’arsenale-bunker di Giovanni Brusca scoperto a San Giuseppe Jato; la strage del Rapido si inserì perciò in un disegno strategico di Riina per far apparire l’attentato come un fatto politico e come risposta al maxiprocesso contro Cosa nostra.

Il 14 aprile 2015 Riina fu poi assolto per mancanza di prove.

Fonte

Wikipedia

Strage del rapido 904

Approfondimenti

Libera

Strage di Natale: la testimonianza di chi c’era

La Repubblica Bologna

Trentacinque anni fa la “strage di Natale”: quelle ombre sulla tragedia del Rapido 904

La Diga Civile

La Strage del Rapido 904

Video

Rai Cultura

Rapido 904. Una Strage al buioDiario Civile

Rai Play

Diario Civile con Franco Roberti – Rapido 904: Una strage al buio

Sound

Radio Radicale

Processo a Salvatore Riina come mandante della Strage del Rapido 904

Rai Radio 1

Il mix delle 23

La strage del Rapido 904

Il Documentario

Regione Emilia Romagna

Documentario a scuola – Rapido 904 – la strage di Natale

Redattore Sociale

“La strage di Natale”: dopo trenta anni tornano le voci del rapido 904

da Wikipedia

da Rai News

da Bologna Today

da Corriere.it

da La Diga Civile

English version

The Rapido 904 Massacre or Christmas Massacre

The Victims

– Giovanbattista Altobelli, 51 years old, worker

– Anna Maria Brandi, 26 years old, university student

– Angela De Simone Calvanese, 33 years old, teacher

– Susanna Cavalli, 22 years old, university student

– Lucia Cerrato, 66 years old, retiree

– Anna De Simone, schoolgirl

– Giovanni De Simone, 4 years old

– Nicola De Simone, 40 years old, worker

– Pier Francesco Leoni, 23 years old, university student

– Luisella Matarazzo, 25 years old, university student

– Carmine Moccia, 30 years old, worker

– Valeria Moratello, 22 years old, university student

– Maria Luigia Morini, 45 years old, child care worker

– Federica Taglialatela, 12 years old, student

– Gioacchino Taglialatela, 50 years old, surveyor

– Abramo Vastarella, 29 years old, carpenter

The Attack

The Rapido 904 Massacre, also known as the Christmas Massacre, is the name given to a bombing that occurred on December 23, 1984, in the Great Apennine Tunnel, just after the Vernio station, targeting train no. 904, traveling from Naples to Milan. The attack was a horrific replica of the one carried out by neo-fascist terrorism in 1974 against the Italicus train. Due to the organizational methods and individuals involved, the Stragi Commission has indicated it as a precursor to the mafia war of the early 1980s.

Beyond the specific motivations, the responsibility for the act lies with the Sicilian Mafia, Cosa Nostra. Particularly, the Pellegrino Report, in concluding the chapter titled “The Subversive Crossroads and the Train 904 Massacre,” draws a parallel between the dynamics, protagonists, and objectives of the two Bologna massacres (1980) and the Rapido 904 (1984). It states that: “The contexts, probably different, in which the two massacres took place and the broader strategic designs they served remain not fully clarified. In this perspective, the hypothesis advanced in the judiciary regarding the Train 904 massacre, that it was a reaction by Cosa Nostra to the collaboration of historical informants like Buscetta and Contorno, is appreciable but not fully satisfying. It was an attempt by the criminal association to reinforce institutional ties that seemed to be weakening or were being questioned by the emergence of a new phase, which was disrupting an old armistice pact. In this perspective, the 1984 Christmas massacre seems to herald a subsequent phase that includes events like the Capaci and Via D’Amelio massacres and the summer 1993 bombings.”

The attack took place on Sunday, December 23, 1984, the weekend before Christmas. The train, pulled by the E.444.030 locomotive, was full of passengers returning home or visiting relatives for the holidays. Around 7:08 PM, the train was ripped apart by a violent explosion while traveling on the Direttissima heading north, inside the Great Apennine Tunnel, near Vernio, where the railway runs straight and trains typically exceed speeds of 150 km/h. The detonation was caused by a remote-controlled explosive device placed on a luggage rack in the corridor of the 9th second-class car, mid-train. The bomb had been placed on the train during its stop at Florence Santa Maria Novella station.

Unlike the Italicus case, this time the attackers waited for the vehicle to enter the tunnel to maximize the effect of the detonation: the explosion, occurring almost halfway through the tunnel, caused a violent air displacement that shattered all the windows and doors. The explosion resulted in 15 deaths and 267 injuries. Subsequently, the death toll rose to 16 due to the trauma. The emergency brake was activated, and the train stopped about 8 km from the southern entrance and 10 from the northern entrance. The passengers were terrified, and this was compounded by the cold of the Apennine winter. The conductor, Gian Claudio Bianconcini, who was on his last service trip and, despite being injured himself, survived the explosion and called for help using a service phone in the tunnel.

Prime Minister Bettino Craxi bitterly remarked, “They wanted to stain this Christmas with blood,” while President of the Republic Sandro Pertini, in his final year-end message, commented, “We have had five massacres, all bearing the same mark of infamy, and the responsible parties have not yet been brought to justice. The relatives of the victims, the Italian people do not demand revenge, as some have insinuated, but they demand justice.” The Head of State added that the intelligence services had been renewed: “I have been told that there are very capable, honest people. The old secret services were tainted by the P2, this criminal association. Well, the new secret services must investigate, they must not tire of investigating, they must not stop investigating in Italy, they must also go abroad, because probably the central headquarters of these terrorists are abroad.”

Giorgio Bocca, commenting on the massacre, wrote: “What has happened new in the Italian Republic in these recent years and months? The democratic machine has slowly started working again. The coup plotters of the P2, the coup plotters’ bankrupts of Sindona, the thieving generals like Giudice, the secret service heads ready for deviations, have all ended up in jail. Hard blows have been dealt to the mafia and the camorra. In essence, the democratic state has severely hit all the real and potential allies of the repressive apparatus. And this begins to be a reason, if not demonstrable mathematically, certainly credible at the level of repressive policy. At the bottom of all these underground stories, there is always an organizational reason. The apparatus that is ‘bureaucratically’ entrusted with maintaining the ‘status quo,’ if it feels the tools of its control and power collapsing around it, can react in its way: fierce, irrational but not devoid of tragic effects.”

Investigations

The investigations immediately focused on two main leads: one in Naples and the other in Rome. The Naples lead originated from the forewarning of the massacre given by Carmine Esposito (an “informant” who had recently spent a short period in detention) a few days before the slaughter at the Naples police headquarters; it pointed towards the Camorra clan of Giuseppe Misso and towards Massimo Abbatangelo, a member of the Italian Social Movement (MSI). The Roman lead was initiated by the arrest of Guido Cercola, the right-hand man in Rome of the mafia boss Giuseppe Calò. This was followed by the discovery in the house of Franco D’Agostino (a tenant and associate of Cercola) of two radio-electric devices capable of triggering an explosion, compatible with those used in the massacre. Additionally, in a farmhouse belonging to Cercola near Poggio San Lorenzo, near Rieti, two blocks of Semtex H explosive (one reduced by about one kilogram), six charges of TNT (one missing 40 grams), and nine detonators were found. Expert analysis conducted first in Rome and then in Florence demonstrated that this type of material was compatible with that used in the train bombing. Connections between Cercola and a German, Friedrich Schaudinn, who was allegedly tasked with producing the devices used in the bombing and found by the police at Cercola’s residence, also emerged.

In the following months, two members of the Misso clan began to cooperate with justice: the first was Lucio Luongo, who led investigators to the group’s arsenal; another band member already detained, Mario Ferraiuolo, began to collaborate, confirming that the clan, in addition to its activities of common criminality, also operated for political purposes. He asserted that meetings had been held with Abbatangelo, who in early December 1984 allegedly delivered weapons, detonators, and a closed package containing explosives to Misso, brought to Rome by Luongo a week before Christmas; claims later confirmed by Luongo.

In October 1985, Calò was indicted as the mastermind of the massacre, while another 22 arrest warrants were issued for Misso and his gang for various crimes, including massacre and illegal possession of explosives. Among those sought was Gerlando Alberti Jr (namesake nephew of Sicilian mafia boss Gerlando Alberti), linked to Calò’s family but “transplanted” into the Misso clan, and considered by the investigations as a connecting element between the two organizations for the execution of the massacre.

On January 9, 1986, Public Prosecutor Pier Luigi Vigna formally charged Calò and Cercola with carrying out the massacre:

“with the practical aim of diverting the attention of the institutional apparatus from the struggle against the emerging centers of organized crime which at that time were undergoing a decisive offensive by the police and judiciary to rebrand terrorism as the only real enemy against which the state needed to focus all its fight.”

Several lines of connection emerged between Calò, Cosa Nostra, the Camorra, neo-fascist terrorist circles, P2, and the Banda della Magliana: these relationships were clarified by various individuals close to these environments, including Cristiano and Valerio Fioravanti, Massimo Carminati, and Walter Sordi. Depositions explaining the links between these three crime environments emerged at the mega-trial of November 8, 1985, before examining magistrate Giovanni Falcone.

In 1988, on the eve of the first-degree trial, one of the main defendants, Friedrich Schaudinn – considered the mastermind of the massacre – fled from house arrest and found refuge in the Federal Republic of Germany. In 1993, in an interview for the television program “Il rosso e il nero” by Michele Santoro, Schaudinn confessed to having been helped to flee abroad by secret service officials.

Criminal Responsibility

The Court of Assizes of Florence, on February 25, 1989, sentenced Giuseppe Calò, Guido Cercola, and other defendants linked to the Misso Camorra clan (Alfonso Galeota, Giulio Pirozzi, and Giuseppe Misso, known as “the boss of Rione Sanità”), with the charge of massacre, to life imprisonment. Additionally, Franco D’Agostino was sentenced to 28 years in prison, Schaudinn to 25 years, and other defendants in the trial were convicted of armed gang offenses.

The second trial was held by the Court of Appeal of Florence, chaired by Judge Giulio Catelani, with a judgment issued on March 15, 1990. The life sentences for Calò and Cercola were confirmed, while D’Agostino’s sentence was reduced from 28 to 24 years. Misso, Pirozzi, and Galeota were instead acquitted of the charge of massacre, but convicted of illegal possession of explosives. The German Schaudinn was acquitted of the charge of armed gang, but his sentence for massacre was confirmed and reduced to 22 years.

On March 5, 1991, the first criminal section of the Court of Cassation, chaired by Judge Corrado Carnevale, annulled the sentences on appeal, confirming the acquittals of Galeota, Misso, and Pirozzi. Deputy Prosecutor General Antonino Scopelliti opposed this and warned the judges against allowing the impunity of the crime to prevail. The Court of Cassation ordered a retrial, before another section of the Court of Appeal of Florence. On March 14, 1992, the Court confirmed life imprisonment for Calò and Cercola, sentenced D’Agostino to 24 years and Schaudinn to 22 years. Misso was sentenced to 3 years for possession of explosives, while the sentences of Galeota and Pirozzi were reduced to 1 year and 6 months each.

On the same day, Galeota and Pirozzi, along with Rita Casolaro and Giuseppe Misso’s wife, Assunta Sarno, were returning to Naples when, during the journey, they encountered an ambush: their car (a Ford Fiesta XR2) was rammed and forced off the road by some Camorra killers who were following them on the A1 motorway, near the Afragola-Acerra exit, on the outskirts of Naples. The firearms of the killers left the lifeless bodies of Galeota and Sarno on the ground, the latter slain with a gunshot to the mouth. Only Giulio Pirozzi and his wife miraculously survived what was a real slaughter of the Camorra, also thanks to the arrival of a police car traveling in the opposite direction, which prevented the killers from completing the job. Pirozzi, although seriously injured, also survived by pretending to be dead during the shooting. The car used by the assassins, a Lancia Delta HF, was later abandoned near Capodichino airport and set on fire.

The fifth criminal section of the Court of Cassation, on November 24, 1992, confirmed the sentence recognizing the “terrorist-mafioso” motive of the attack.

During the trial, the position of Massimo Abbatangelo, a deputy of the MSI, was separated because the Chamber of Deputies had granted permission to proceed, but not for arrest. After being sentenced to life imprisonment in the first trial, on February 18, 1994, the Court of Appeal of Florence acquitted the MSI parliamentarian of the charge of massacre, but sentenced him to 6 years in prison for delivering explosives to Giuseppe Misso in the spring of 1984. The families of the victims appealed to the Court of Cassation against this sentence, but lost and had to pay the court costs.

In October 1993, during a hearing before the Stragi Commission chaired by Libero Gualtieri, Pippo Calò proclaimed himself innocent of the Rapido 904 massacre and expressed interest in reopening the trial, hinting at wanting to make “important” statements. He ambiguously stated that Pier Luigi Vigna – the prosecutor of the Florence Prosecutor’s Office who had him convicted – “was bad” and “that the mafia had nothing to do with that massacre: draw your own conclusions and ask who let Schaudinn escape.”

Guido Cercola committed suicide in Sulmona prison on January 3, 2005, by suffocating himself with shoelaces. Found agonizing in his cell, he died during transport to the hospital.

On April 27, 2011, the District Anti-Mafia Directorate of Naples issued a detention order against mafia boss Salvatore Riina for the massacre, specifying that Riina was considered the mastermind. On November 25, 2014, a trial opened in Florence. According to the Naples DDA, the quantity of Semtex H used for the Rapido 904 massacre was purchased by Cosa Nostra in the early 1980s; part of it was also used in other attacks attributed to Riina, such as the via d’Amelio massacre (in which judge Paolo Borsellino and five bodyguards were killed), the Capaci massacre (in which Giovanni Falcone, his wife Francesca Morvillo, and three bodyguards were killed), and the 1993 massacres in Rome, Milan, and Florence, as well as the failed attacks on Addaura and the Olimpico Stadium in Rome. Another part of this type of explosive was seized by the Palermo DIA in February 1996 from the arsenal-bunker of Giovanni Brusca discovered in San Giuseppe Jato. Therefore, the Rapido massacre was part of Riina’s strategic plan to portray the attack as a political act and as a response to the maxiprocesso against Cosa Nostra.

On April 14, 2015, Riina was then acquitted for lack of evidence.





















































Associazione Casa della Memoria